La Primavera

La primavera si affaccia tremula ammantata di verde sulle colline,
con le sue viole e i biancospini che imbrunano l’aria dolce e tersa.
E’ un tardo carnevale, con canti, balli, mascherate chiassose
che riempiono le piazze, le strade è la voglia di divertirsi.
Io soletto senza compagnia, mi rinchiudevo in un dolce deserto
per allietare l’anima e sentire gli accordi dell’arpa di David che
vibravano nelle altezze del cielo.
Visioni impresse nella contemplazione dell’oscurità…
a volte mi sentivo solo, disadorno, spoglio, smarrito;
tale era lo scoramento da sentire piangere l’anima,
affranta dalle afflizioni che ci riservano i dì. Poi con stupore,
tutto ritorna a brillare, con l’anima più pura, più leggera,
che canta con gioia; poiché vede risorgere i morti e guarire
gli ammalati dalle loro infermità.
La mia anima ha fame d’amore e di carità… Mentre s’addensano le nubi,
sul mio corpo, non di rado, più frequenti le emorragie.
Desidero ancora vivere per la pietà che offro, vivo per la forte volontà
non sono pieno di salute. Accanto a me avverto una presenza
di un’esile creatura dagli occhi vivi chiusa in un mantello
sempre presente a farmi compagnia pallida e immobile,
che in un frammento di sorriso, mi dice di non cedere all’affanno.
Come d’incanto sono avvolto da un bagliore dolcissimo,
fragrante e luminoso da naufragarci dentro. Riposo dello spirito,
ma sino a quando durerà la tregua delle pene che mi affliggono,
sino a quando dovrò portare la croce della Passione?
Forse sino al giorno dell’Ascensione, o per sempre?
Intanto nell’aria un sole chiaro ricamato
illumina i grani appena in fiore e le campane delle chiese
echeggiano da monte a valle, tutto si mostra in una reale visione
d’incomparabile bellezza. Un calice ravvolto raccoglie
le mie sofferenze indicibili e mi libera da tutte le mie pene,
mentre le litanie del “rogazion” si rinnovano per tre giorni consecutivi
inprocessione, per auspicio ad un buon raccolto.
Volevo essere puro e lieve come l’alba e non ritrovarmi immerso
a un cumulo d’immondizia. Nell’ebbrezza sentivo piovere addosso
un torrente purificatore di sangue frammisto a fuoco si che il mio corpo
ne usciva più lucente, più “angelicato” dal dubbio e dalle tentazioni.
Si fece un gran buio intorno a me, ne uscii con le sembianze di un fanciullo,
sin da riconoscere le persone di biasimo elegianti di vergognosa menzogna.
Non desidero che il cielo dell’anima mia rimanga senza sole,
luce che rivela le case e le rende vivide illuminanti, ne svela l’intimità
e nell’umiltà le fa gioiose. Luce diletta dell’anima che imprime candore
e amore per l’ascesa verso elevati siti.
Al dolce senso dell’attesa l’ansia mette le ali il candore e l’armonia
si diffonde in me… Getto via tutte le frivolezze, affinché il pensiero
di esse non occupi il mio cuore e il male non offuschi il mio intelletto.
Molte volte il mio corpo grave diventa leggero da elevarsi dalla terra…
Sublimazione. Questa è l’isola dei miei riposi, dei miei rapimenti,
le ore più belle paradisiache. Ardevo delle piene dell’amore universale
e mi trovavo seduto in un trono raggiante d’oro circondato
da una moltitudine che cantano armonie celestiali rivestiti da una diafana
forma umana soavissima. Nessuno ambisce a tenermi compagnia,
perché anche se il mio corpo è in terra l’anima mia risiede in cielo.
Se camminassi sui carboni ardenti i miei piedi brucerebbero,
”ma la mia intima compagna no”.
Discernitrice delle cose occulte che macchiano il cuore e fa arrossire
di vergogna coloro che si macchiano l’anima.
Ambire e sorprendersi in segreti estasi quando intorno si sente un
soavissimo profumo di santità come se avessi sfiorato con un dito
il polline di un fiore e aver diffuso intorno la sua fragranza.



Sunday, 06 February 2005 @ 16:27
di: Leopold Persidi

 


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