CAPITOLO PRIMO
Al nome del nostro Signore Gesù Cristo crocifisso e della sua Madre Vergine Maria. In
questo libro si contengono certi fioretti miracoli ed esempi divoti del glorioso poverello
di Cristo messer santo Francesco e d'alquanti suoi santi compagni. A laude di Gesù
Cristo. Amen.
In prima è da considerare che 'l glorioso messere santo Francesco in tutti gli atti della
vita sua fu conforme a Cristo benedetto: ché come Cristo nel principio della sua
predicazione elesse dodici Apostoli a dispregiare ogni cosa mondana, a seguitare lui in
povertà e nell'altre virtù; così santo Francesco elesse dal principio del fondamento
dell'Ordine dodici compagni possessori dell'altissima povertà. E come un de' dodici
Apostoli, il quale si chiamò Iuda Scariotto, apostatò dello apostolato, tradendo Cristo,
e impiccossi se medesimo per la gola: così uno de' dodici compagni di santo Francesco,
ch'ebbe nome frate Giovanni dalla Cappella, apostatò e finalmente s'impiccò se medesimo
per la gola. E questo agli eletti è grande esempio e materia di umiltà e di timore,
considerando che nessuno è certo perseverare infino alla fine nella grazia di Dio. E come
que' santi Apostoli furono a tutto il mondo maravigliosi di santità e d'umiltà, e pieni
dello Spirito Santo; così que' santi compagni di santo Francesco furono uomini di tanta
santità, che dal tempo degli Apostoli in qua il mondo non ebbe così maravigliosi e santi
uomini: imperò ch'alcuno di loro fu ratto infino al terzo Cielo come Santo Paulo, e
questo fu frate Egidio; alcuno di loro, cioè fra Filippo Lungo, fu toccato le labbra
dall'Agnolo col carbone del fuoco come Isaia profeta, alcuno di loro, ciò fu frate
Silvestro, che parlava con Dio come l'uno amico coll'altro, a modo che fece Moisè; alcuno
volava per sottilità d'intelletto infino alla luce della divina sapienza come l'aquila,
cioè Giovanni evangelista, e questo fu frate Bernardo umilissimo il quale
profondissimamente esponea la Scrittura santa: alcuno di loro fu santificato da Dio e
canonizzato in Cielo vivendo egli ancora nel mondo, e questo fu frate Ruffino gentile uomo
d'Ascesi; e così furono tutti privilegiari di singolare segno di santità, siccome nel
processo si dichiara.
CAPITOLO SECONDO
Di frate Bernardo da Quintavalle primo compagno di santo Francesco.
Il primo compagno di santo Francesco si fu frate Bernardo d'Ascesi, il quale si convertì
a questo modo: che essendo Francesco ancora in abito secolare, benché già esso avesse
disprezzato il mondo e andando tutto dispetto e mortificato per la penitenza intanto che
da molti era reputato stolto, e come era schernito e scacciato con pietre e con fastidio
fangoso dalli parenti e dalli strani ed egli in ogni ingiuria e ischerno passandosi
paziente come sordo e muto; messere Bernardo d'Ascesi, il quale era de' più nobili e de'
più savi della città, cominciò a considerare saviamente in santo Francesco il così
eccessivo dispregio del mondo, la grande pazienza nelle ingiurie, che già per due anni
così abbominato e disprezzato da ogni persona sempre parea più costante e paziente,
cominciò a pensare e a dire fra sé medesimo: Per nessuno modo puote che questo Francesco
non abbia grande grazia di Dio. E sì lo invitò la sera a cena e albergo; e santo
Francesco accettò e cenò la sera con lui e albergò. E allora, cioè messere Bernardo,
si puose in cuore di contemplare la sua santità: ond'egli gli fece apparecchiare un letto
nella sua camera propria nella quale di notte sempre ardea una lampana. E santo Francesco,
per celare la santità sua immantanente come fu entrato in camera si gittò in sul letto e
fece vista di dormire, e messere Bernardo similmente, dopo alcuno spazio, si puose a
giaciere, e incominciò a russare forte a modo come se dormisse molto profondamente. Di
che santo Francesco, credendo veramente che messere Bernardo dormisse, in sul primo sonno
si levò dal letto e puosesi in orazione, levando gli occhi e le mani al cielo, e con
grandissima divozione e fervore diceva: «Iddio mio, Iddio mio», e così dicendo e forte
lagrimando istette infino al mattutino, sempre ripetendo: «Iddio mio, Iddio mio», e non
altro. E questo dicea santo Francesco contemplando e ammirando la eccellenza della divina
Maestà, la quale degnava di condescendere al mondo che periva, e per lo suo Francesco
poverello disponea di porre rimedio di salute dell'anima sua e degli altri; e però
alluminato di Spirito Santo, ovvero di spirito profetico, prevedendo le grandi cose che
Iddio doveva fare mediante lui e l'Ordine suo, e considerando la sua insufficienza e poca
virtù, chiamava e pregava Iddio, che colla sua pietà e onnipotenza, senza la quale
niente può l'umana fragilità, supplesse, aiutasse e compiesse quello per sé non potea.
Veggendo messere Bernardo per lo lume della lampana gli atti divotissimi di santo
Francesco, e considerando divotamente le parole che dicea, fu toccato e ispirato dallo
Spirito Santo a mutare la vita sua.
Di che, fatta la mattina, chiamò santo Francesco e disse così: «Frate Francesco, io ho
al tutto disposto nel cuore mio d'abbandonare il mondo e seguitare te in ciò che tu mi
comanderai». Udendo questo, santo Francesco si rallegrò in ispirito e disse così:
«Messere Bernardo, questo che voi dite è opera sì grande e malagevole, che di ciò si
vuole richiedere consiglio al nostro Signore Gesù Cristo e pregarlo che gli piaccia di
mostrarci sopra a ciò la sua volontà ed insegnarci come questo noi possiamo mettere in
esecuzione. E però andiamo insieme al vescovado dov'è un buono prete, e faremo dire la
messa e poi staremo in orazione infino a terza, pregando Iddio che 'nfino alle tre
apriture del messale ci dimostri la via ch'a lui piace che noi eleggiamo». Rispuose
messere Bernardo che questo molto gli piacea; di che allora si mossono e andarono al
vescovado. E poi ch'ebbono udita la messa e istati in orazione insino a terza, il prete a'
preghi di santo Francesco, preso il messale e fatto il segno della santissima croce, si lo
aperse nel nome del nostro Signore Gesù Cristo tre volte: e nella prima apritura occorse
quella parola che disse Cristo nel Vangelo al giovane che domandò della via della
perfezione: Se tu vuogli essere perfetto, va' e vendi ciò che tu hai e da' a' poveri e
seguita me. Nella seconda apritura occorse quella parola che disse Cristo agli Apostoli,
quando li mandò a predicare: Non portate nessuna cosa per via, né bastone né tasca, né
calzamenti né danari; volendo per questo ammaestrarii che tutta la loro isperanza del
vivere dovessono portare in Dio, ed avere tutta la loro intenzione a predicare il santo
Vangelo. Nella terza apritura del messale occorse quella parola che Cristo disse: Chi
vuole venire dopo me, abbandoni se medesimo, e tolga la croce sua e seguiti me. Allora
disse santo Francesco a messere Bernardo: «Ecco il consiglio che Cristo ci dà: va'
adunque e fa' compiutamente quello che tu hai udito; e sia benedetto il nostro Signore
Gesù Cristo, il quale ha degnato di mostrarci la sua vita evangelica». Udito questo, si
partì messere Bernardo, e vendé ciò ch'egli avea (ed era molto ricco), e con grande
allegrezza distribuì ogni cosa a' poveri, a vedove; a orfani, a prigioni, a monisterii e
a spedali; e in ogni cosa santo Francesco fedelmente e providamente l'aiutava.
E vedendo uno, ch'avea nome messere Salvestro, che santo Francesco dava tanti danari a
poveri e facea dare, stretto d'avarizia disse a santo Francesco: «Tu non mi pagasti
interamente di quelle pietre che tu comperasti da me per racconciare la chiesa, e però,
ora che tu hai danari, pagami». Allora santo Francesco, maravigliandosi della sua
avarizia e non volendo contendere con lui, siccome vero osservatore del santo Vangelo,
mise le mani in grembo di messere Bernardo, e piene le mani di danari, li mise in grembo
di messere Salvestro, dicendo che se più ne volesse, più gliene darebbe. Contento
messere Salvestro di quelli, si partì e tornossi a casa; e la sera, ripensando di quello
ch'egli aveva fatto il dì, e riprendendosi della sua avarizia, considerando il fervore di
messere Bernardo e la santità di santo Francesco, la notte seguente e due altre notti
ebbe da Dio una cotale visione, che della bocca di santo Francesco usciva una croce d'oro,
la cui sommità toccava il cielo, e le braccia si distendevano dall'oriente infino
all'occidente. Per questa visione egli diede per Dio ciò ch'egli avea, e fecesi frate
Minore, e fu nell'Ordine di tanta santità e grazia, che parlava con Dio, come fa l'uno
amico con l'altro, secondo che santo Francesco più volte provò, e più giù si
dichiarerà.
Messere Bernardo similmente si ebbe tanta grazia di Dio, ch'egli spesso era ratto in
contemplazione a Dio; e santo Francesco dicea di lui ch'egli era degno di ogni reverenza e
ch'egli avea fondato quest'Ordine; imperò ch'egli era il primo che avea abbandonato il
mondo, non riserbandosi nulla, ma dando ogni cosa a' poveri di Cristo, e cominciata la
povertà evangelica, offerendo sé ignudo nelle braccia del Crocifisso.
Il quale sia da noi benedetto in saecula saeculorum. Amen.
CAPITOLO TERZO
Come per mala cogitazione che santo Francesco ebbe contro a frate Bernardo, comandò al
detto frate Bernardo che tre volte gli andasse co' piedi in sulla gola e in sulla bocca.
Il devotissimo servo del Crocifisso messer santo Francesco, per l'asprezza della penitenza
e continuo piagnere, era diventato quasi cieco e poco vedea. Una volta tra l'altre si
partì del luogo dov'egli era e andò ad un luogo dov'era frate Bernardo, per parlare con
lui delle cose divine; e giungendo al luogo, trovò ch'egli era nella selva in orazione
tutto elevato e congiunto con Dio. Allora santo Francesco andò nella selva e chiamollo:
«Vieni - disse - e parla a questo cieco». E frate Bernardo non gli rispuose niente
imperò che essendo uomo di grande contemplazione avea la mente sospesa e levata a Dio; e
però ch'egli avea singolare grazia in parlare di Dio, siccome santo Francesco più volte
avea provato e pertanto desiderava di parlare con lui. Fatto alcuno intervallo, sì lo
chiamò la seconda e la terza volta in quello medesimo modo: e nessuna volta frate
Bernardo l'udì, e però non gli rispuose, né andò a lui. Di che santo Francesco si
partì un poco isconsolato e maravigliandosi e rammaricandosi in se medesimo, che Frate
Bernardo, chiamato tre volte, non era andato a lui.
Partendosi con questo pensiero, santo Francesco, quando fu un poco dilungato, disse al suo
compagno: «Aspettami qui»; ed egli se ne andò ivi presso in uno luogo solitario, e
gittossi in orazione pregando Iddio che gli rivelasse il perché frate Bernardo non gli
rispuose. E stando così. gli venne una voce da Dio che disse così: «O povero
omicciuolo, di che se' tu turbato? debbe l'uomo lasciare Iddio per la creatura? Frate
Bernardo, quando tu lo chiamavi, era congiunto meco; e però non potea venire a te, né
risponderti. Adunque non ti maravigliare, se non ti poté rispondere; però ch'egli era
lì fuori di sé, che delle tue parole non udiva nulla». Avendo santo Francesco questa
risposta da Dio, immantanente con grande fretta ritornò inverso frate Bernardo, per
accusarglisi umilmente del pensiero ch'egli avea avuto inverso di lui.
E veggendolo venire inverso di sé, frate Bernardo gli si fece incontro e gittoglisi a
piedi; e allora santo Francesco li fece levare suso e narrogli con grande umiltà il
pensiero e la turbazione ch'avea avuto inverso di lui, e come di ciò Iddio gli avea
risposto. Onde conchiuse così: lo ti comando per santa ubbidienza, che tu faccia ciò
ch'io ti comanderò». Temendo frate Bernardo che santo Francesco non gli comandasse
qualche cosa eccessiva, come solea fare, volle onestamente ischifare a quella obbidienza,
ond'egli rispuose così: «Io sono apparecchiato di fare la vostra ubbidienza, se voi mi
promettete di fare quello ch'io comanderò a voi». E promettendoglielo santo Francesco,
frate Bernardo disse: «Or dite, padre quello che voi volete ch'io faccia». Allora disse
santo Francesco: «Io ti comando per santa ubbidienza che, per punire la mia prosunzione e
l'ardire del mio cuore, ora ch'io mi gitterò in terra supino, mi ponga l'uno piede in
sulla gola e l'altro in sulla bocca, e così mi passi tre volte e dall'uno lato all'altro,
dicendomi vergogna e vitupero, e specialmente mi di': «Giaci, villano figliuolo di Pietro
Bernardoni, onde ti viene tanta superbia, che se' vilissima creatura?». Udendo questo
frate Bernardo, e benché molto gli fusse duro a farlo, pure per la ubbidienza santa,
quanto poté il più cortesemente, adempié quello che santo Francesco gli aveva
comandato. E fatto cotesto, disse santo Francesco: «Ora comanda tu a me ciò che tu vuoi
ch'io ti faccia, però ch'io t'ho promesso obbidienza». Disse frate Bernardo: «lo ti
comando per santa obbidienza ch'ogni volta che noi siamo insieme, tu mi riprenda e
corregga de' miei difetti aspramente». Di che santo Francesco forte si maravigliò, però
che frate Bernardo era di tanta santità, ch'egli l'avea in grande reverenza e non lo
riputava riprensibile di cosa veruna. E però d'allora innanzi santo Francesco si guardava
di stare molto con lui, per la detta obbidienza, acciò che non gli venisse detto alcuna
parola di correzione verso di lui, il qual egli conoscea di tanta santità; ma quando avea
voglia di vederlo ovvero di udirlo parlare di Dio, il più tosto che poteva si spacciava
da lui e partivasi. Ed era una grandissima divozione a vedere con quanta carità,
riverenza e umiltà santo Francesco padre si usava e parlava con frate Bernardo figliuolo
primogenito.
A laude e gloria di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARTO
Come l'agnolo di Dio propuose una quistione a frat'Elia guardiano d'uno luogo di Val di
Spoleto;
e perché frat'Elia li rispuose superbiosamente si partì e andonne in cammino di santo
Jacopo, dove trovò frate Bernardo e dissegli questa storia.
Al principio e fondamento dell'Ordine, quando erano pochi frati e non erano ancora presi i
luoghi, santo Francesco per sua divozione andò a santo Jacopo di Galizia, e menò seco
alquanti frati, fra li quali fu l'uno frate Bernardo. E andando così insieme per lo
cammino, trovò in una terra un poverello infermo, al quale avendo compassione, disse a
frate Bernardo: «Figliuolo, io voglio che tu rimanghi qui a servire a questo infermo». E
frate Bernardo, umilmente inginocchiandosi e inchinando il capo, ricevette la obbidienza
del padre santo e rimase in quel luogo; e santo Francesco con gli altri compagni andarono
a santo Jacopo. Essendo giunti là. e stando la notte in orazione nella chiesa di santo
Jacopo, fu da Dio rivelato a santo Francesco ch'egli dovea prendere di molti luoghi per lo
mondo, imperò che l'Ordine suo si dovea ampliare e crescere in grande moltitudine di
frati. E in cotesta rivelazione cominciò santo Francesco a prendere luoghi in quelle
contrade. E ritornando santo Francesco per la via di prima, ritrovò frate Bernardo, e lo
infermo, con cui l'avea lasciato. perfettamente guarito; onde santo Francesco concedette
l'anno seguente a frate Bernardo ch'egli andasse a santo Jacopo.
E così santo Francesco si ritornò nella Valle di Spuleto, e istavasi in uno luogo
diserto egli e frate Masseo e frat'Elia e alcuni altri, i quali tutti si guardavano molto
di noiare o storpiare santo Francesco della orazione, e ciò faceano per la grande
reverenza che gli portavano e perché sapeano che Iddio gli rivelava grandi cose nelle sue
orazioni. Avvenne un dì che, essendo santo Francesco in orazione nella selva, un giovane
bello, apparecchiato a camminare venne alla porta del luogo, e picchiò sì in fretta e
forte e per sì grande spazio, che i frati molto se ne maravigliarono di così disusato
modo di picchiare. Andò frate Masseo e aperse la porta e disse a quello giovane: «Onde
vieni tu, figliuolo, che non pare che tu ci fossi mai più, sì hai picchiato
disusatamente?». Rispuose il giovane: «E come si dee picchiare?». Disse frate Masseo:
«Picchia tre volte l'una dopo l'altra, di rado, poi t'aspetta tanto che 'l frate abbia
detto il paternostro e vegna a te, e se in questo intervallo non viene, picchia un'altra
volta». Rispuose il giovane: «Io ho gran fretta, e però picchio così forte, perciò
ch'io ho a fare lungo viaggio, e qua son venuto per parlare a frate Francesco, ma egli sta
ora nella selva in contemplazione, e però non lo voglio storpiare ma va', e mandami
frat'Elia, che gli vo' fare una quistione, però ch'io intendo ch'egli è molto savio».
Va frate Masseo, e dice a frat'Elia che vada a quello giovane. E frat'Elia se ne
iscandalizza e non vi vuole andare; di che frate Masseo non sa che si fare, né che si
rispondere a colui; imperò che se dicesse: frate Elia non può venire, mentiva; se dicea
come era turbato e non vuol venire, si temea di dargli male esempio. E però che intanto
frate Masseo penava a tornare, il giovane picchiò un'altra volta come in prima; e poco
stante tornò frate Masseo alla porta e disse al giovine: «Tu non hai osservato la mia
dottrina nel picchiare». Rispuose il giovane: «Frate Elia non vuole venire a me; ma va'
e di' a frate Francesco ch'io son venuto per parlare con lui; ma però ch'io non voglio
impedire lui della orazione, digli che mandi a me frat'Elia». E allora frate Masseo,
n'andò a santo Francesco il quale orava nella selva colla faccia levata al cielo, e
dissegli tutta la imbasciata del giovane e la risposta di frat'Elia. E quel giovane era
l'Agnolo di Dio in forma umana. Allora santo Francesco, non mutandosi del luogo né
abbassando la faccia, disse a frate Masseo: «Va' e di' a frat'Elia che per obbidienza
immantanente vada a quello giovane». Udendo frat'Elia l'ubbidienza di santo Francesco,
andò alla porta molto turbato, e con grande empito e romore gli aperse e disse al
giovane: «Che vuo' tu?». Rispuose il giovane: «Guarda, frate, che tu non sia turbato,
come pari, però che l'ira impedisce l'animo e non lascia discernere il vero». Disse
frat'Elia: «Dimmi quello che tu vuoi da me». Rispuose il giovane: «Io ti domando, se
agli osservatori del santo Vangelo è licito di mangiare di ciò che gli è posto innanzi,
secondo che Cristo disse a' suoi discepoli. E domandoti ancora, se a nessuno uomo è
lecito di porre dinanzi alcuna cosa contraria alla libertà evangelica». Rispuose
frat'Elia superbamente: «Io so bene questo, ma non ti voglio rispondere: va' per li fatti
tuoi». Disse il giovane: «Io saprei meglio rispondere a questa quistione che tu».
Allora frat'Elia turbato e con furia chiuse l'uscio e partissi. Poi cominciò a pensare
della detta quistione e dubitarne fra sé medesimo; e non la sapea solvere. Imperò
ch'egli era Vicario dell'Ordine, e avea ordinato e fatto costituzione, oltr'al Vangelo ed
oltr'alla Regola di santo Francesco, che nessuno frate nell'Ordine mangiasse carne;
sicché la detta quistione era espressamente contra di lui. Di che non sapendo dichiarare
se medesimo, e considerando la modestia del giovane e che gli avea detto ch'e' saprebbe
rispondere a quella quistione meglio di lui, ritorna alla porta e aprilla per domandare il
giovane della predetta quistione, ma egli s'era già partito; imperò che la superbia di
frat'Elia non era degna di parlare con l'Agnolo. Fatto questo, santo Francesco, al quale
ogni cosa da Dio era stata rivelata, tornò dalla selva, e fortemente con alte voci
riprese frat'Elia, dicendo: «Male fate, frat'Elia superbo, che cacciate da noi gli Agnoli
santi, li quali ci vengono ammaestrare; io ti dico ch'io temo forte che la tua superbia
non ti faccia finire fuori di quest'Ordine». E così gli addivenne poi, come santo
Francesco gli predisse, però che e' morì fuori dell'Ordine.
Il dì medesimo, in quell'ora che quello Agnolo si partì, si apparì egli in quella
medesima forma a frate Bernardo, il quale tornava da santo Jacopo ed era alla riva d'un
grande fiume; e salutollo in suo linguaggio dicendo: «Iddio ti dia pace, o buono frate».
E maravigliandosi forte il buono frate Bernardo e considerando la bellezza del giovane e
la loquela della sua patria, colla salutazione pacifica e colla faccia lieta sì 'l
dimandò: «Donde vieni tu, buono giovane?». Rispuose l'Agnolo: «Io vengo di cotale
luogo dove dimora santo Francesco, e andai per parlare con lui e non ho potuto però
ch'egli era nella selva a contemplare le cose divine, e io non l'ho voluto storpiare. E in
quel luogo dimorano frate Masseo e frate Egidio e frat'Elia; e frate Masseo m'ha insegnato
picchiare la porta a modo di frate. Ma frat'Elia, però che non mi volle rispondere della
quistione ch'io gli propuosi, poi se ne pentì; e volle udirmi e vedermi, e non potè».
Dopo queste parole disse l'Agnolo a frate Bernardo: «Perchè non passi tu di là?».
Rispuose frate Bernardo: «Però ch'io temo del pericolo per la profondità dell'acqua
ch'io veggio». Disse l'Agnolo: «Passiamo insieme; non dubitare». E prese la sua mano, e
in uno batter d'occhio il puose dall'altra parte del fiume. Allora frate Bernardo conobbe
ch'egli era l'Agnolo di Dio, e con grande reverenza e gaudio ad alta voce disse: «O
Agnolo benedetto di Dio, dimmi qual è il nome tuo». Rispuose l'Agnolo: «Perché domandi
tu del nome mio, il quale è maraviglioso?». E detto questo, l'Agnolo disparve e lasciò
frate Bernardo molto consolato, in tanto che tutto quel cammino e' fece con allegrezza. E
considerò il dì e l'ora che l'Agnolo gli era apparito; e giungendo al luogo dove era
santo Francesco con li predetti compagni, recitò loro ordinatamente ogni cosa. E
conobbono certamente che quel medesimo Agnolo, in quel dì e in quell'ora, era apparito a
loro e a lui. E ringraziarono Iddio.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUINTO
Come il santo frate Bernardo d'Ascesi fu da santo Francesco mandato a Bologna, e là
pres'egli luogo.
Imperò che santo Francesco e li suoi compagni erano da Dio chiamati ed eletti a portare
col cuore e con l'operazioni, e a predicare con la lingua la croce di Cristo, egli pareano
ed erano uomini crocifissi, quanto all'abito e quanto alla vita austera, e quanto agli
atti e operazioni loro; e però disideravano più di sostenere vergogne e obbrobri per
l'amore di Cristo, che onori del mondo o riverenze o lode vane; anzi delle ingiurie si
rallegravano, e degli onori si contristavano. E così s'andavano per lo mondo come
pellegrini e forestieri, non portando seco altro che Cristo crocifisso; e però ch'egli
erano della vera vite, cioè Cristo, produceano grandi e buoni frutti delle anime, le
quali guadagnavano a Dio.
Addivenne, nel principio della religione, che santo Francesco mandò frate Bernardo a
Bologna, acciò che ivi, secondo la grazia che Iddio gli avea data, facesse frutto a Dio,
e frate Bernardo facendosi il segno della santissima croce per la santa obbidienza, si
partì e pervenne a Bologna. E vedendolo li fanciulli in abito disusato e vile, sì gli
faceano molti scherni e molte ingiurie, come si farebbe a uno pazzo; e frate Bernardo
pazientemente e allegramente sostenea ogni cosa per amore di Cristo. Anzi, acciò che
meglio e' fusse istraziato, si puose istudiosamente nella piazza della città; onde
sedendo ivi sì gli si radunarono d'intorno molti fanciulli e uomini, e chi gli tirava il
cappuccio dirietro e chi dinanzi, chi gli gittava polvere e chi pietre, chi 'l sospingeva
di qua e chi di là: e frate Bernardo, sempre d'uno modo e d'una pazienza, col volto
lieto, non si rammaricava e non si mutava. E per più dì ritornò a quello medesimo
luogo, pure per sostenere simiglianti cose. E però che la pazienza è opera di perfezione
e pruova di virtù, uno savio dottore di legge, vedendo e considerando tanta costanza e
virtù di frate Bernardo non potersi turbare in tanti dì per niuna molestia o ingiuria,
disse fra se medesimo: «Impossibile è che costui non sia santo uomo». E appressandosi a
lui sì 'l domandò: «Chi sei tu, e perché se' venuto qua?». E frate Bernardo per
risposta si mise la mano in seno e trasse fuori la regola di santo Francesco, e diegliela
che la leggesse. E letta ch'e' l'ebbe, considerando il suo altissimo stato di perfezione,
con grandissimo stupore e ammirazione si rivolse a' compagni e disse: «Veramente questo
è il più alto stato di religione ch'io udissi mai; e però costui co' suoi compagni sono
de' più santi uomini di questo mondo, e fa grandissimo peccato chi gli fa ingiuria, il
quale sì si vorrebbe sommamente onorare, conciò sia cosa ch'e' sia amico di Dio». E
disse a frate Bernardo: «Se voi volete prendere luogo nel quale voi poteste acconciamente
servire a Dio, io per salute dell'anima mia volentieri vel darei». Rispuose frate
Bernardo: «Signore, io credo che questo v'abbia ispirato il nostro Signore Gesù Cristo,
e però la vostra profferta io l'accetto volentieri a onore di Cristo». Allora il detto
giudice con grande allegrezza e carità menò frate Bernardo a casa sua; e poi gli diede
il luogo promesso, e tutto l'acconciò e compiette alle sue ispese; e d'allora innanzi
diventò padre e speziale difensore di frate Bernardo e de' suoi compagni.
E frate Bernardo, per la sua santa conversazione, cominciò ad essere molto onorato dalle
genti, in tanto che beato si tenea chi 'l potea toccare o vedere. Ma egli come vero
discepolo di Cristo e dello umile Francesco, temendo che l'onore del mondo non impedisse
la pace e la salute dell'anima sua, sì si partì un dì e tornò a santo Francesco e
dissegli così: «Padre, il luogo è preso nella città di Bologna; mandavi de' frati che
'l mantegnino e che vi stieno, però ch'io non vi facevo più guadagno, anzi per lo troppo
onore che mi vi era fatto, io temo non perdessi più ch'io non vi guadagnerei». Allora
santo Francesco udendo ogni cosa per ordine, siccome Iddio avea adoperato per frate
Bernardo, ringraziò Iddio, il quale così incominciava a dilatare i poverelli discepoli
della croce; e allora mandò de' suoi compagni a Bologna e in Lombardia, li quali presono
di molti luoghi in diverse partì.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO SESTO
Come santo Francesco benedisse il santo frate Bernardo e lasciollo suo Vicario, quando
egli venne a passare di questa vita.
Era frate Bernardo di tanta santità, che santo Francesco gli portava grande reverenza e
spesse volte lo lodava. Essendo un dì santo Francesco e stando divotamente in orazione,
sì gli fu rivelato da Dio che frate Bernardo per divina permissione doveva sostenere
molte e diverse e pugnenti battaglie dalli demoni; di che santo Francesco, avendo grande
compassione al detto frate Bernardo, il quale amava come suo figliuolo, molti dì orava
con lagrime, pregando Iddio per lui e raccomandandolo a Gesù Cristo, che gli dovesse dare
vittoria del demonio. E orando così santo Francesco divotamente, Iddio un dì sì gli
rispuose: «Francesco, non temere, però che tutte le tentazioni dalle quali frate
Bernardo deve essere combattuto, gli sono da Dio permesse a esercizio di virtù e corona
di merito, e finalmente di tutti li nimici averà vittoria, però ch'egli è uno de'
commensali del reame del Cielo». Della quale risposta santo Francesco ebbe grandissima
allegrezza e ringraziò Iddio. E da quell'ora innanzi gli portò sempre maggiore amore e
riverenza.
E bene glielo mostrò non solamente in via sua, ma eziandio nella morte. Imperò che
vegnendo santo Francesco a morte, a modo di quel santo patriarca Jacob, standogli
d'intorno li divoti figliuoli addolorati e lagrimosi della partenza di così amabile
padre, domandò: «Dov'è il mio primogenito? Vieni a me, figliuolo, acciò che ti
benedica l'anima mia, prima ch'io muoia». Allora frate Bernardo dice a frat'Elia in
segreto (il quale era Vicario dell'Ordine): «Padre, va' dalla mano diritta del santo,
acciò che ti benedica». E ponendosi frate Elia dalla mano diritta, santo Francesco, il
quale avea perduto il vedere per le troppe lagrime, puose la mano ritta sopra il capo di
frat'Elia e disse: «Questo non è il capo del primogenito frate Bernardo». Allora frate
Bernardo andò a lui dalla mano sinistra, e santo Francesco allora cancellò le braccia a
modo di croce, e poi puose la mano diritta sopra 'l capo di frate Bernardo, e la manca
sopra 'l capo del detto frat'Elia e disse: «Frate Bernardo, benedicati il Padre del
nostro Signore Gesù Cristo in ogni benedizione spirituale e celestiale in Cristo, siccome
tu se' il primogenito eletto in quest'Ordine santo a dare esempio evangelico, a seguitare
Cristo nella evangelica povertà: imperò che non solamente tu desti il tuo e distribuisti
interamente e liberamente alli poveri per lo amore di Cristo, ma eziandio te medesimo
offeristi a Dio in quest'Ordine in sacrifizio di soavità. Benedetto sia tu adunque dal
nostro Signore Gesù Cristo e da me poverello servo suo di benedizioni eterne, andando,
stando, vegghiando e dormendo, e vivendo e morendo; e chi ti benedirà sia ripieno di
benedizioni, chi ti maledicesse non rimarrà senza punizione. Sia il principale de' tuoi
fratelli, e al tuo comandamento tutti li frati obbidiscano, abbi licenza di ricevere a
questo Ordine chiunque tu vorrai, e nessuno frate abbia signoria sopra di te, e siati
licito d'andare e di stare dovunque ti piace».
E dopo la morte di santo Francesco, i frati amavano e riverivano frate Bernardo come
venerabile padre. E vegnendo egli a morte, vennono a lui molti frati di diverse partì del
mondo; fra li quali venne quello ierarchico e divino frate Egidio, il quale veggendo frate
Bernardo, con grande allegrezza disse: «Sursum corda, frate Bernardo, sursum corda». E
frate Bernardo santo disse a uno frate segretamente che apparecchiasse a frate Egidio uno
luogo atto a contemplazione, e così fu fatto.- Essendo frate Bernardo nella ultima ora
della morte, si fece rizzare, e parlò a' frati che gli erano dinanzi, dicendo:
«Carissimi fratelli, io non vi vo' dire molte parole, ma voi dovete considerare che lo
stato della Religione ch'io ho avuto, voi avete, e questo ch'io ho ora, voi averete
ancora. E truovo questo nell'anima mia, che per mille mondi eguali a questo io non vorrei
non avere servito altro signore che nostro Signore Gesù Cristo. E d'ogni offesa che io ho
fatta, m'accuso e rendo in colpa al mio Salvatore Gesù Cristo e a voi. Priegovi, fratelli
miei carissimi, che voi v'amiate insieme». E dopo queste parole e altri buoni
ammaestramenti riponendosi in sul letto, diventò la faccia sua isplendida e lieta
oltremodo, di che tutti i frati forte si maravigliarono; e in quella letizia la sua anima
santissima, coronata di gloria, passa della presente vita alla beata degli Agnoli.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO SETTIMO
Come santo Francesco fece una Quaresima in una isola del lago di Perugia, dove digiunò
quaranta dì e quaranta notti e non mangiò più che un mezzo pane.
Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu quasi un altro
Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il volle fare in molti atti
conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo, siccome ci dimostra nel venerabile
collegio de' dodici compagni e nel mirabile misterio delle sacrate Istimmate e nel
continuato digiuno della santa Quaresima, la qual'egli si fece in questo modo.
Essendo una volta santo Francesco il dì del carnasciale allato al lago di Perugia, in
casa d'un suo divoto col quale era la notte albergato fu ispirato da Dio ch'egli andasse a
fare quella Quaresima in una isola del lago. Di che santo Francesco pregò questo suo
divoto, che per amor di Cristo lo portasse colla sua navicella in una isola del lago dove
non abitasse persona, e questo facesse la notte del dì della Cenere, sì che persona non
se ne avvedesse. E costui, per l'amore della grande divozione ch'aveva a santo Francesco,
sollecitamente adempiette il suo priego e portollo alla detta isola; e santo Francesco non
portò seco se non due panetti. Ed essendo giunto nell'isola, e l'amico partendosi per
tornare a casa, santo Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse
ivi, ed egli non venisse per lui se non il Giovedì santo. E così si partì colui, e
santo Francesco rimase solo.
E non essendovi nessuna abitazione nella quale si potesse riducere, entrò in una siepe
molto folta, la quale molti pruni e arbuscelli aveano acconcio a modo d'uno covacciolo
ovvero d'una capannetta, e in questo cotale luogo si puose in orazione e a contemplare le
cose celestiali. E ivi stette tutta la Quaresima senza mangiare e senza bere, altro che la
metà d'un di quelli panetti, secondo che trovò il suo divoto il Giovedì santo, quando
tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intero e mezzo, e l'altro mezzo si crede
che santo Francesco mangiasse per reverenza del digiuno di Cristo benedetto, il quale
digiunò quaranta dì e quaranta notti senza pigliare nessuno cibo materiale. E così con
quel mezzo pane cacciò da sé il veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò
quaranta di e quaranta notti.
Poi in quello luogo, ove santo Francesco avea fatta così maravigliosa astinenza, fece
Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa cominciarono gli uomini a
edificarvi delle case e abitarvi; e in poco tempo si fece un castello buono e grande, ed
èvvi il luogo de' frati, che si chiama il luogo dell'Isola; e ancora gli uomini e le
donne di quello castello hanno grande reverenza e devozione in quello luogo dove santo
Francesco fece la detta Quaresima.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO OTTAVO
Come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose quelle cose che sono
perfetta letizia.
Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angioli con frate Lione a
tempo di verno, e 'l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il
quale andava innanzi, e disse così: «Frate Lione, avvegnadioché li frati Minori in ogni
terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione nientedimeno scrivi e nota
diligentemente che non è quivi perfetta letizia». E andando più oltre santo Francesco,
il chiamò la seconda volta: «O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e
distenda gli attratti, iscacci le dimonia, renda l'udir alli sordi e l'andare alli zoppi,
il parlare alli mutoli e, ch'è maggior cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi
che non è in ciò perfetta letizia». E andando un poco, santo Francesco grida forte: «O
frate Lione, se 'l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le
scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio
li segreti delle coscienze e delli uomini; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia».
Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: «O frate Lione,
pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d'Agnolo, e sappia i corsi
delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e
conoscesse le virtù degli uccelli e de' pesci e di tutti gli animali e delle pietre e
delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». E andando ancora un pezzo,
santo Francesco chiamò forte: «O frate Lione, benché 'l frate Minore sapesse sì bene
predicare che convertisse tutti gl'infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi
perfetta letizia».
E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione, con grande ammirazione
il domandò e disse: «Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è
perfetta letizia». E santo Francesco sì gli rispuose: «Quando noi saremo a santa Maria
degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto
e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e 'l portinaio verrà adirato e
dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de' vostri frati; e colui dirà: Voi non
dite vero, anzi siete due ribaldi ch'andate ingannando il mondo e rubando le limosine de'
poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all'acqua, col
freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e
tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e
penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare
contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo
picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con
villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo
spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo
pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è
perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più
picchieremo e chiameremo e pregheremo per l'amore di Dio con grande pianto che ci apra e
mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni,
io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e
piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci
a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con
allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo
amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia. E però odi la
conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali
Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di
Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni
di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice
l'Apostolo: Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l'hai avuto da lui perché te ne
glorii come se tu l'avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e dell'afflizione ci
possiamo gloriare, però che dice l'Apostolo: Io non mi voglio gloriare se non nella croce
del nostro Signore Gesù Cristo».
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO NONO
Come santo Francesco insegnava rispondere a frate Lione, e non poté mai dire se non
contrario di quello Francesco volea.
Essendo santo Francesco una volta nel principio dell'Ordine con fra Lione in un luogo dove
non aveano libri da dire l'Ufficio divino quando venne l'ora del mattutino sì disse santo
Francesco a frate Lione: «Carissimo, noi non abbiamo breviario, col quale noi possiamo
dire il mattutino, ma acciò che noi ispendiamo il tempo a laudare Iddio, io dirò e tu mi
risponderai com'io t'insegnerò: e guarda che tu non muti le parole altrimenti ch'io
t'insegnerò. Io dirò così: O frate Francesco, tu facesti tanti mali e tanti peccati nel
secolo, che tu se' degno dello 'nferno; e tu, frate Lione, risponderai: Vera cosa è che
tu meriti lo 'nferno profondissimo». E frate Lione con semplicità colombina rispuose:
«Volentieri, padre; incomincia al nome di Dio». Allora santo Francesco cominciò a dire:
«O frate Francesco, tu facesti tanti mali e tanti peccati nel secolo, che tu se' degno
dello 'nferno». E frate Lione risponde: «Iddio farà per te tanti beni, che tu ne andrai
in Paradiso». Disse santo Francesco: «Non dire così, frate Lione, ma quando io dirò:
Frate Francesco, tu che hai fatte tante cose inique contro Dio, che tu se' degno d'esser
maladetto da Dio; e tu rispondi così: Veramente tu se' degno d'essere messo tra'
maladetti». E frate Lione risponde: «Volentieri padre». Allora santo Francesco, con
molte lagrime e sospiri e picchiare di petto, dice ad alta voce: «O Signore mio del cielo
e della terra, io ho commesso contro a te tante iniquità e tanti peccati, che al tutto
son degno d'esser da te maledetto». E frate Lione risponde: «O frate Francesco, Iddio ti
farà tale, che tra li benedetti tu sarai singolarmente benedetto». E santo Francesco
maravigliandosi che frate Lione rispondea per lo contrario di quello che 'mposto gli avea,
sì lo riprese dicendo «Perché non rispondi come io t'insegno? Io ti comando per santa
ubbidienza che tu rispondi come io t'insegnerò. Io dirò così: O frate Francesco
cattivello, pensi tu che Dio arà misericordia di te? con ciò sia cosa che tu abbi
commessi tanti peccati contra 'l Padre della misericordia e Dio d'ogni consolazione, che
tu non se' degno di trovare misericordia. E tu, frate Lione pecorella, risponderai: Per
nessun modo se' degno di trovare misericordia». Ma poi quando santo Francesco disse: «O
frate Francesco cattivello» etc.; frate Lione si rispuose: «Iddio Padre, la cui
misericordia è infinita più che il peccato tuo, farà teco grande misericordia e sopra
essa t'aggiugnerà molte grazie». A questa risposta santo Francesco, dolcemente adirato e
pazientemente turbato, disse a frate Lione: «E perché hai tu avuto presunzione di fare
contr'all'ubbidienza, e già cotante volte hai risposto il contrario di quello ch'io t'ho
imposto?». Risponde frate Lione molto umilmente e riverentemente: «Iddio il sa, padre
mio, ch'ogni volta io m'ho posto in cuore di rispondere come tu m'hai comandato; ma Iddio
mi fa parlare secondo che gli piace non secondo piace a me». Di che santo Francesco si
maravigliò, e disse a frate Lione: «Io ti priego carissimamente che tu mi risponda
questa volta com'io t'ho detto». Risponde frate Lione: «Di' al nome di Dio, che per
certo io risponderò questa volta come tu vuogli». E santo Francesco lagrimando disse:
«O frate Francesco cattivello, pensi tu che Iddio abbia misericordia di te?». Risponde
frate Lione: «Anzi grazia grande riceverai da Dio, ed esalteratti e glorificheratti in
eterno, imperò che chi sé umilia sarà esaltato. E io non posso altro dire, imperò che
Iddio parla per la bocca mia». E così in questa umile contenzione, con molte lagrime e
con molta consolazione ispirituale, si vegghiarono infino a dì.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO DECIMO
Come frate Masseo quasi proverbiando, disse a santo Francesco che a lui tutto il mondo
andava dirieto;
ed egli rispuose che ciò era a confusione del mondo e grazia di Dio; perch'io sono il
più vile del mondo.
Dimorando una volta santo Francesco nel luogo della Porziuncola con frate Masseo da
Marignano, uomo di grande santità, discrezione e grazia nel parlare di Dio, per la qual
cosa santo Francesco molto l'amava; uno dì tornando santo Francesco dalla selva e dalla
orazione, e sendo allo uscire della selva, il detto frate Masseo volle provare sì
com'egli fusse umile, e fecieglisi incontra, e quasi proverbiando disse: «Perché a te,
perché a te, perché a te?». Santo Francesco risponde: «Che è quello che tu vuoi
dire?». Disse frate Masseo: «Dico, perché a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni
persona pare che desideri di vederti e d'udirti e d'ubbidirti? Tu non se' bello uomo del
corpo, tu non se' di grande scienza, tu non se' nobile onde dunque a te che tutto il mondo
ti venga dietro?». Udendo questo santo Francesco, tutto rallegrato in ispirito, rizzando
la faccia al cielo, per grande spazio istette colla mente levata in Dio, e poi ritornando
in sé, s'inginocchiò e rendette laude e grazia a Dio, e poi con grande fervore di
spirito si rivolse a frate Masseo e disse: «Vuoi sapere perché a me? vuoi sapere perché
a me? vuoi sapere perché a me tutto 'l mondo mi venga dietro? Questo io ho da quelli
occhi dello altissimo Iddio, li quali in ogni luogo contemplano i buoni e li rei:
imperciò che quelli occhi santissimi non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile,
né più insufficiente, né più grande peccatore di me; e però a fare quell'operazione
maravigliosa, la quale egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura sopra la
terra, e perciò ha eletto me per confondere la nobilità e la grandigia e la fortezza e
bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch'ogni virtù e ogni bene è da lui,
e non dalla creatura, e nessuna persona si possa gloriare nel cospetto suo; ma chi si
gloria, si glorii nel Signore, a cui è ogni onore e gloria in eterno». Allora frate
Masseo a così umile risposta, detta con fervore, sì si spaventò e conobbe certamente
che santo Francesco era veramente fondato in umiltà.
A laude di Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO UNDICESIMO
Come santo Francesco fece aggirare intorno intorno più volte frate Masseo, e poi n'andò
a Siena.
Andando un dì santo Francesco per cammino con frate Masseo, il detto frate Masseo andava
un po' innanzi, e giungendo a un trivio di via, per lo quale si potea andare a Firenze, a
Siena e Arezzo, disse frate Masseo: «Padre, per quale via dobbiamo noi andare?».
Risponde santo Francesco: «Per quella che Iddio vorrà». Disse frate Masseo: «E come
potremo noi sapere la volontà di Dio?». Risponde santo Francesco: «Al segnale ch'io ti
mostrerò, onde io ti comando per lo merito della santa obbidienza, che in questo trivio
nello luogo ove tu tieni i piedi, t'aggiri intorno, intorno, come fanno i fanciulli, e non
ristare di volgerti s'io non tel dico». Allora frate Masseo incominciò a volgersi in
giro, e tanto si volse, che per la vertigine del capo, la quale si suole generare per
cotale girare, egli cadde più volte in terra; ma non dicendogli santo Francesco che
ristesse ed egli volendo fedelmente ubbidire, si rizzava. Alla fine, quando si volgeva
forte, disse santo Francesco: «Sta' fermo e non ti muovere». Ed egli stette; e santo
Francesco il domanda: «Inverso che parte tieni la faccia?». Risponde frate Masseo:
«Inverso Siena». Disse santo Francesco: «Quella è la via per la quale Iddio vuole che
noi andiamo».
Andando per quella via, frate Masseo fortemente si maravigliò di quello che santo
Francesco gli avea fatto fare, come fanciulli, dinanzi a' secolari che passavano;
nondimeno per riverenza non ardiva di dire niente al padre santo.
Appressandosi a Siena, il popolo della città udì dello avvenimento del santo, e
fecionglisi incontro e per divozione il portarono lui e 'l compagno insino al vescovado,
che non toccò niente terra co' piedi. In quell'ora alquanti uomini di Siena combatteano
insieme, e già n'erano morti due di loro; giungendo ivi, santo Francesco predicò loro
sì divotamente e sì santamente, che li ridusse tutti quanti a pace e grande umiltà e
concordia insieme. Per la qual cosa, udendo il Vescovo di Siena quella santa operazione
ch'avea fatta santo Francesco, lo 'nvitò a casa, e ricevettelo con grandissimo onore quel
dì e anche la notte. E la mattina seguente santo Francesco, vero umile, il quale nelle
sue operazioni non cercava se non la gloria di Dio, si levò per tempo col suo compagno,
e partissi sanza saputa del Vescovo.
Di che il detto frate Masseo andava mormorando tra se medesimo, per la via, dicendo: «Che
è quello ch'ha fatto questo buono uomo? Me fece aggirare come uno fanciullo, e al
vescovo, che gli ha fatto tanto onore, non ha detto pure una buona parola, né
ringraziatolo.». E parea a frate Masseo che santo Francesco si fusse portato così
indiscretamente. Ma poi per divina ispirazione, ritornando in se medesimo e riprendendosi,
disse fra suo cuore: «Frate Masseo, tu se' troppo superbo, il quale giudichi l'opere
divine, e se' degno dello 'nferno per la tua indiscreta superbia: imperò che nel dì di
ieri frate Francesco si fece sì tante operazioni, che se le avesse fatte l'Agnolo di Dio,
non sarebbono state più maravigliose. Onde se ti comandasse che gittassi le pietre, sì
lo doveresti fare e ubbidirlo, che ciò ch'egli ha fatto in questa via è proceduto
dall'operazione divina, siccome si dimostra nel buono fine ch'è seguito; però che s'e'
non avesse rappacificati coloro che combattevano insieme, non solamente molti corpi, come
già aveano cominciato, sarebbero istati morti di coltello, ma eziandio molte anime il
diavolo arebbe tratte allo 'nferno. E però tu se' stoltissimo e superbo, che mormori di
quello che manifestamente procede dalla volontà di Dio».
E tutte queste cose che dicea frate Masseo nel cuore suo, andando innanzi, furono da Dio
rivelate a santo Francesco. Onde appressandosi santo Francesco a lui disse così: «A
quelle cose che tu pensi ora t'attieni, però ch'elle sono buone e utili e da Dio spirate:
ma la prima mormorazione che tu facevi era cieca e vana e superba e futti messa nell'animo
dal demonio». Allora frate Masseo chiaramente s'avvide che santo Francesco sapea li
secreti del suo cuore, e certamente comprese che lo spirito della divina Sapienza
dirizzava in tutti i suoi atti il padre santo.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO DODICESIMO
Come santo Francesco puose frate Masseo allo ufficio della porta, della limosina e della
cucina; poi a priego degli altri frati ne lo levò.
Santo Francesco, volendo aumiliare frate Masseo, acciò che per molti doni e grazie che
Iddio gli dava non si levasse in vanagloria, ma per virtù della umiltà crescesse con
essi di virtù in virtù, una volta ch'egli dimorava in luogo solitario con que' primi
suoi compagni veramente santi, de' quali era il detto frate Masseo, disse un dì a frate
Masseo dinanzi a tutti i compagni: «O frate Masseo, tutti questi tuoi compagni hanno la
grazia della contemplazione e della orazione: ma tu hai la grazia della predicazione della
parola di Dio a soddisfare al popolo. E però io voglio, acciò che costoro possano
intendere alla contemplazione, che tu faccia l'ufficio della porta e della limosina e
della cucina: e quando gli altri frati mangeranno, e tu mangerai fuori della porta del
luogo, sicché a quelli che verranno al luogo, innanzi che picchino, tu soddisfaccia loro
di qualche buone parole di Dio, sicché non bisogni niuno andare fuori allora altri che
tu. E questo fa per lo merito di santa obbidienza». Allora frate Masseo si trasse il
cappaccio e inchinò il capo, e umilemente ricevette e perseguitò questa obbedienza per
più dì, facendo l'ufficio della porta, della limosina e della cucina.
Di che li compagni, come uomini alluminati da Dio, cominciarono a sentire ne' cuori loro
grande rimordimento, considerando che frate Masseo era uomo di grande perfezione
com'eglino o più, e a lui era posto tutto il peso del luogo e non a loro. Per la qual
cosa eglino si mossono tutti di uno volere, e andarono a pregare il padre santo che gli
piacesse distribuire fra loro quelli uffici, imperò che le loro coscienze per nessuno
mondo poteano sostenere che frate Masseo portasse tante fatiche. Udendo cotesto, santo
Francesco sì credette a' loro consigli e acconsenti alle loro volontà. E chiamato frate
Masseo, sì gli disse: «Frate Masseo, li tuoi compagni vogliono fare parte degli uffici
ch'io t'ho dati; e però io voglio che li detti uffici si dovidano». Dice frate Masseo
con grande umiltà e pazienza: «Padre, ciò che m'imponi, o di tutto o di parte, io il
reputo fatto da Dio tutto». Allora santo Francesco, vedendo la carità di coloro e la
umiltà di frate Masseo, fece loro una predica maravigliosa e grande della santissima
umiltà, ammaestrandoli che quanto maggiori doni e grazie ci dà Iddio, tanto noi dobbiamo
esser più umili; imperò che sanza l'umiltà nessuna virtù è accettabile a Dio.
E fatta la predica, distribuì gli uffici con grandissima carità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TREDICESIMO
Come santo Francesco e frate Masseo il pane che aveano accattato puosono in su una pietra
allato a una fonte, e santo Francesco lodò molto la povertà.
Poi pregò Iddio e santo Pietro e santo Paulo che gli mettesse in amore la santa povertà,
e come gli apparve santo Pietro e santo Paulo.
Il maraviglioso servo e seguitatore di Cristo, cioè messere santo Francesco, per
conformarsi perfettamente a Cristo in ogni cosa, il quale, secondo che dice il Vangelo,
mandò li suoi discepoli a due a due a tutte quelle città e luoghi dov'elli dovea andare;
da poi che ad esempio di Cristo egli ebbe radunati dodici compagni, sì li mandò per lo
mondo a predicare a due a due. E per dare loro esempio di vera obbidienza, egli in prima
incominciò a fare, che 'nsegnare. Onde avendo assegnato a' compagni l'altre partì del
mondo, egli prendendo frate Masseo per compagno prese il cammino verso la provincia di
Francia. E pervenendo un dì a una villa assai affamati, andarono, secondo la Regola,
mendicando del pane per l'amore di Dio; e santo Francesco andò per una contrada, e frate
Masseo per un'altra. Ma imperò che santo Francesco era uomo troppo disprezzato e piccolo
di corpo, e perciò era riputato un vile poverello da chi non lo conosceva, non accattò
se non parecchi bocconi e pezzuoli di pane secco, ma frate Masseo, imperò che era uomo
grande e bello del corpo, sì gli furono dati buoni pezzi e grandi e assai e del pane
intero.
Accattato ch'egli ebbono, si si raccolsono insieme fuori della villa in uno luogo per
mangiare, dov'era una bella fonte, e allato avea una bella pietra larga, sopra la quale
ciascuno puose tutte le limosme ch'avea accattate. E vedendo santo Francesco che li pezzi
del pane di frate Masseo erano più e più belli e più grandi che li suoi fece
grandissima allegrezza e disse così: «O frate Masseo, noi non siamo degni di così
grande tesoro». E ripetendo queste parole più volte, rispose frate Masseo: «Padre, come
si può chiamare tesoro, dov'è tanta povertà e mancamento di quelle cose che bisognano?
Qui non è tovaglia, né coltello, né taglieri, né scodelle, né casa, né mensa, né
fante, né fancella». Disse santo Francesco: «E questo è quello che io riputo grande
tesoro, dove non è cosa veruna apparecchiata per industria umana; ma ciò che ci è, è
apparecchiato dalla provvidenza divina, siccome si vede manifestamente nel pane accattato,
nella mensa della pietra così bella, e nella fonte così chiara. E però io voglio che 'l
tesoro della santa povertà così nobile il quale ha per servidore Iddio, ci faccia amare
con tutto il cuore». E dette queste parole, e fatta orazione e presa la refezione
corporale di questi pezzi del pane e di quella acqua, si levarono per camminare in
Francia.
E giungendo ad una chiesa, disse santo Francesco al compagno: «Entriamo in questa chiesa
ad orare». E vassene santo Francesco dietro all'altare, e puosesi in orazione, e in
quella orazione ricevette dalla divina visitazione sì eccessivo fervore, il quale
infiammò sì fattamente l'anima sua ad amore della santa povertà, che tra per lo colore
della faccia e per lo nuovo isbadigliare della bocca parea che gittasse fiamme d'amore. E
venendo così infocato al compagno gli disse: «A, A, A, frate Masseo, dammi te
medesimo». E così disse tre volte, e nella terza volta santo Francesco levò col fiato
frate Masseo in aria, e gittollo dinanzi a sé per ispazio d'una grande asta di che esso
frate Masseo ebbe grandissimo stupore. Recitò poi alli compagni che in quello levare e
sospignere col fiato il quale gli fece santo Francesco, egli sentì tanta dolcezza d'animo
e consolazione dello Spirito Santo, che mai in vita sua non ne sentì tanta. E fatto
questo disse santo Francesco: «Compagno mio carissimo, andiamo a santo Pietro e a santo
Paulo, e preghiamoli ch'eglino c'insegnino e aiutino a possedere il tesoro ismisurato
della santissima povertà imperò ch'ella è tesoro sì degnissimo e sì divino, che noi
non siamo degni di possederlo nelli nostri vasi vilissimi, con ciò sia cosa che questa
sia quella virtù celestiale, per la quale tutte le cose terrene e transitorie si calcano,
e per la quale ogni impaccio si toglie dinanzi all'anima, acciò ch'ella si possa
liberamente congiungere con Dio eterno. Questa è quella virtù la quale fa l'anima, ancor
posta in terra, conversare in cielo con gli Agnoli. Questa è quella ch'accompagnò Cristo
in sulla croce; con Cristo fu soppellita, con Cristo resuscitò, con Cristo salì in
cielo; la quale eziandio in questa vita concede all'anime, che di lei innamorano,
agevolezza di volare in cielo; con ciò sia cosa ch'ella guardi l'armi della vera umiltà
e carità. E però preghiamo li santissimi Apostoli di Cristo, li quali furono perfetti
amatori di questa perla evangelica, che ci accattino questa grazia dal nostro Signore
Gesù Cristo, che per la sua santissima misericordia ci conceda di meritare d'essere veri
amatori, osservatori ed umili discepoli della preziosissima, amatissima ed evangelica
povertà».
E in questo parlare giunsono a Roma, ed entrarono nella chiesa di santo Pietro; e santo
Francesco si puose in orazione in uno cantuccio della chiesa, e frate Masseo nell'altro. E
stando lungamente in orazione con molte lagrime e divozione, apparvono a santo Francesco
li santissimi apostoli Pietro e Paulo con grande splendore, e dissono: «Imperò che tu
addimandi e disideri di osservare quello che Cristo e li santi Apostoli osservarono, il
nostro Signore Gesù Cristo ci manda a te annunziarti che la tua orazione è esaudita, ed
ètti conceduto da Dio a te e a' tuoi seguaci perfettissimamente il tesoro della
santissima povertà. E ancora da sua parte ti diciamo, che qualunque a tuo esempio
seguiterà perfettamente questo disiderio, egli è sicuro della beatitudine di vita
eterna; e tu e tutti i tuoi seguaci sarete da Dio benedetti». E dette queste parole
disparvono, lasciando santo Francesco pieno di consolazione. Il quale si levò dalla
orazione e ritornò al suo compagno e domandollo se Iddio gli avea rivelato nulla, ed egli
rispuose che no. Allora santo Francesco sì gli disse come li santi Apostoli gli erano
appariti e quello che gli aveano rivelato. Di che ciascuno pieno di letizia diterminarono
di tornare nella valle di Spulito, lasciando l'andare in Francia. A laude di Gesù Cristo
e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Come istando santo Francesco con suoi frati a parlare di Dio, Iddio apparve in mezzo di
loro.
Essendo santo Francesco in un luogo, nel cominciamento della religione, raccolto co' suoi
compagni a parlare di Cristo, egli in fervore di spirito comandò a uno di loro che nel
nome di Dio aprisse la sua bocca e parlasse di Dio ciò che lo Spirito Santo gli spirasse.
Adempiendo il frate il comandamento e parlando di Dio maravigliosamente, sì gl'impose
santo Francesco silenzio, e comanda il simigliante a un altro frate. Ubbidendo colui e
parlando di Dio sottilmente, e santo Francesco simigliantemente sì gli impuose silenzio;
e comandò al terzo che parli di Dio. Il quale simigliantemente cominciò a parlare sì
profondamente delle cose segrete di Dio, che certamente santo Francesco conobbe ch'egli,
siccome gli altri due, parlava per Ispirito Santo. E questo anche sì si dimostrò per
esempio e per espresso segnale; imperò che istando in questo parlare, apparve Cristo
benedetto nel mezzo di loro in ispezie e 'n forma di un giovane bellissimo, e
benedicendoli tutti li riempi di tanta grazia e dolcezza, che tutti furono ratti fuori di
se medesimi, e giacevano come morti, non sentendo niente di questo mondo. E poi tornando
in se medesimi, disse loro santo Francesco: «Fratelli miei carissimi, ringraziate Iddio,
il quale ha voluto per le bocche de' semplici rivelare i tesori della divina sapienza;
imperò che Iddio è colui il quale apre la bocca ai mutoli, e le lingue delli semplici fa
parlare sapientissimamente».
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUINDICESIMO
Come santa Chiara mangiò con santo Francesco e co' suoi compagni frati in Santa Maria
degli Agnoli.
Santo Francesco, quando stava a Sciesi, ispesse volte visitava Santa Chiara dandole santi
ammaestramenti. Ed avendo ella grandissimi desideri di mangiare una volta con lui, e di
ciò pregandolo molte volte, egli non le volle mai fare questa consolazione. Onde vedendo
li suoi compagni il desiderio di santa Chiara, dissono a santo Francesco: «Padre, a noi
non pare che questa rigidità sia secondo la carità divina, che suora Chiara, vergine
così santa, a Dio diletta tu non esaudisca in così piccola cosa, come è mangiare teco e
spezialmente considerando ch'ella per le tue predicazioni abbandonò le ricchezze e le
pompe del mondo. E di vero, s'ella ti domandasse maggiore grazia che questa non è, sì la
doveresti fare alla tua pianta spirituale». Allora santo Francesco rispuose: «Pare a voi
ch'io la debba esaudire?». Rispondono li compagni: «Padre, si degna cosa è che tu le
faccia questa grazia e consolazione». Disse allora santo Francesco: «Da poi che pare a
voi, pare anche a me. Ma acciò ch'ella sia più consolata, io voglio che questo mangiare
si faccia in Santa Maria degli Agnoli, imperò ch'ella è stata lungo tempo rinchiusa in
santo Damiano, sicché le gioverà di vedere il luogo di santa Maria, dov'ella fu tonduta
e fatta isposa di Gesù Cristo; ed ivi mangeremo insieme al nome di Dio».
Venendo adunque il dì ordinato a ciò, santa Chiara escì del monistero con una compagna,
accompagnata di compagni di santo Francesco, e venne a Santa Maria degli Agnoli. E
salutata divotamente la Vergine Maria dinanzi al suo altare, dov'ella era stata tonduta e
velata, sì la menorono vedendo il luogo, infino a tanto che fu ora da desinare. E in
questo mezzo santo Francesco fece apparecchiare la mensa in sulla piana terra, siccome era
usato di fare. E fatta l'ora di desinare si pongono a sedere insieme santo Francesco e
santa Chiara, e uno delli compagni di santo Francesco e la compagna di santa Chiara, e poi
tutti gli altri compagni s'acconciarono alla mensa umilmente. E per la prima vivanda santo
Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente, sì altamente, maravigliosamente, che
discendendo sopra di loro l'abbondanza della divina grazia, tutti furono in Dio ratti.
E stando così ratti con gli occhi e con le mani levate in cielo, gli uomini da Sciesi e
da Bettona e que' della contrada dintorno, vedeano che Santa Maria degli Agnoli e tutto il
luogo e la selva ch'era allora allato al luogo, ardeano fortemente, e parea che fosse un
fuoco grande che occupava la chiesa e 'l luogo e la selva insieme. Per la qual cosa gli
Ascesani con gran fretta corsono laggiù per ispegnere il fuoco, credendo veramente
ch'ogni cosa ardesse. Ma giugnendo al luogo e non trovando ardere nulla, entrarono dentro
e trovarono santo Francesco con santa Chiara con tutta la loro compagnia ratti in Dio per
contemplazione e sedere intorno a quella mensa umile. Di che essi certamente compresono
che, quello era stato fuoco divino e non materiale, il quale Iddio avea fatto apparire
miracolosamente, a dimostrare e significare il fuoco de divino amore, del quale ardeano le
anime di questi santi frati e sante monache; onde si partirono con grande consolazione nel
cuore loro e con santa edificazione.
Poi, dopo grande spazio tornando in sé santo Francesco e santa Chiara insieme con li
altri, e sentendosi bene confortati del cibo spirituale, poco si curarono del cibo
corporale. E così compiuto quel benedetto disinare, santa Chiara bene accompagnata si
ritornò a Santo Damiano. Di che le suore veggendola ebbono grande allegrezza; però
ch'elle temeano che santo Francesco non l'avesse mandata a reggere qualche altro
monisterio, siccome egli avea già mandata suora Agnese, santa sua sirocchia, abbadessa a
reggere il monisterio di Monticelli di Firenze; e santo Francesco alcuna volta avea detto
a santa Chiara: «Apparecchiati, se bisognasse ch'io ti mandassi in alcuno luogo»; ed
ella come figliuola di santa obbidienza avea risposto: «Padre, io sono sempre
apparecchiata ad andare dovunque voi mi manderete». E però le suore sì si rallegrarono
fortemente, quando la riebbono; e santa Chiara rimase d'allora innanzi molto consolata.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO SEDICESIMO
Come santo Francesco ricevuto il consiglio di santa Chiara e del santo frate Silvestro,
che dovesse predicando convertire molta gente,
e' fece il terzo Ordine e predicò agli uccelli e fece stare quete le rondini.
L'umile servo di Cristo santo Francesco, poco tempo dopo la sua conversione, avendo già
radunati molti compagni e ricevuti all'Ordine, entrò in grande pensiero e in grande
dubitazione di quello che dovesse fare: ovvero d'intendere solamente ad orare, ovvero
alcuna volta a predicare, e sopra ciò disiderava molto di sapere la volontà di Dio. E
però che la santa umiltà, ch'era in lui, non lo lasciava presumere di sé né di sue
orazioni, pensò di cercarne la divina volontà con le orazioni altrui. Onde egli chiamò
frate Masseo e dissegli così: «Va' a suora Chiara e dille da mia parte ch'ella con
alcune delle più spirituali compagne divotamente preghino Iddio, che gli piaccia
dimostrarmi qual sia il meglio; ch'io intenda a predicare o solamente all'orazione. E poi
va' a frate Silvestro e digli il simigliante». Quello era stato nel secolo messere
Silvestro, il quale avea veduto una croce d'oro procedere dalla bocca di santo Francesco,
la quale era lunga insino al cielo e larga insino alla stremità del mondo; ed era questo
frate Silvestro di tanta divozione e di tanta santità, che di ciò che chiedeva a Dio, e'
impetrava ed era esaudito, e spesse volte parlava con Dio,
e però santo Francesco avea in lui grande divozione.
Andonne frate Masseo e, secondo il comandamento di santo Francesco, fece l'ambasciata
prima a santa Chiara e poi a frate Silvestro. Il quale, ricevuta che l'ebbe, immantenente
si gittò in orazione e orando ebbe la divina risposta, e tornò frate Masseo e disse
così: «Questo dice Iddio che tu dica a frate Francesco: che Iddio non l'ha chiamato in
questo stato solamente per sé, ma acciò che faccia frutto delle anime e molti per lui
sieno salvati». Avuta questa risposta, frate Masseo tornò a santa Chiara a sapere quello
ch'ella avea impetrato da Dio. Ed ella rispuose ch'ella e l'altre compagne aveano avuta da
Dio quella medesima risposta, la quale avea avuto frate Silvestro.
Con questo ritorna frate Masseo a santo Francesco, e santo Francesco il riceve con
grandissima carità, lavandogli li piedi e apparecchiandogli desinare. E dopo 'l mangiare,
santo Francesco chiamò frate Masseo nella selva e quivi dinanzi a lui s'inginocchia e
trassesi il cappuccio, facendo croce delle braccia, e domandollo: «Che comanda ch'io
faccia il mio Signore Gesù Cristo?». Risponde frate Masseo: «Sì a frate Silvestro e
sì a suora Chiara colle suore, che Cristo avea risposto e rivelato che la sua volontà si
è che tu vada per lo mondo a predicare, però ch'egli non t'ha eletto pure per te solo ma
eziandio per salute degli altri». E allora santo Francesco, udito ch'egli ebbe questa
risposta e conosciuta per essa la volontà di Cristo, si levò su con grandissimo fervore
e disse: «Andiamo al nome di Dio». E prende per compagno frate Masseo e frate Agnolo,
uomini santi.
E andando con empito di spirito, sanza considerare via o semita, giunsono a uno castello
che si chiamava Savurniano. E santo Francesco si puose a predicare, e comandò prima alle
rondini che tenessino silenzio infino a tanto ch'egli avesse predicato. E le rondini
l'ubbidirono. Ed ivi predicò in tanto fervore che tutti gli uomini e le donne di quel
castello per divozione gli volsono andare dietro e abbandonare il castello; ma santo
Francesco non lasciò, dicendo loro: «Non abbiate fretta e non vi partite, ed io
ordinerò quello che vo' dobbiate fare per salute dell'anime vostre». E allora pensò di
fare il terzo ordine per universale salute di tutti. E così lasciandoli molto consolati
bene disposti a penitenza, si partì quindi e venne tra Cannaio e Bevagno.
E passando oltre con quello fervore, levò gli occhi e vide alquanti arbori allato alla
via, in su' quali era quasi infinita moltitudine d'uccelli; di che santo Francesco si
maravigliò e disse a' compagni: «Voi m'aspetterete qui nella via, e io andrò a
predicare alle mie sirocchie uccelli». E entrò nel campo e cominciò a predicare alli
uccelli ch'erano in terra; e subitamente quelli ch'erano in su gli arbori se ne vennono a
lui insieme tutti quanti e stettono fermi, mentre che santo Francesco compiè di
predicare, e poi anche non si partivano infino a tanto ch'egli diè loro la benedizione
sua. E secondo che recitò poi frate Masseo a frate Jacopo da Massa, andando santo
Francesco fra loro, toccandole colla cappa, nessuna perciò si movea. La sustanza della
predica di santo Francesco fu questa: «Sirocchie mie uccelli, voi siete molto tenute a
Dio vostro creatore, e sempre e in ogni luogo il dovete laudare, imperò che v'ha dato la
libertà di volare in ogni luogo; anche v'ha dato il vestimento duplicato e triplicato;
appresso, perché elli riserbò il seme di voi in nell'arca di Noè, acciò che la spezie
vostra non venisse meno nel mondo; ancora gli siete tenute per lo elemento dell'aria che
egli ha deputato a voi. Oltre a questo, voi non seminate e non mietete, e Iddio vi pasce e
davvi li fiumi e le fonti per vostro bere, e davvi li monti e le valli per vostro refugio,
e gli alberi alti per fare li vostri nidi. E con ciò sia cosa che voi non sappiate filare
né cucire, Iddio vi veste, voi e' vostri figliuoli. Onde molto v'ama il vostro Creatore,
poi ch'egli vi dà tanti benefici, e però guardatevi, sirocchie mie, del peccato della
ingratitudine, e sempre vi studiate di lodare Iddio». Dicendo loro santo Francesco queste
parole, tutti quanti quelli uccelli cominciarono ad aprire i becchi e distendere i colli e
aprire l'alie e riverentemente inchinare li capi infino in terra, e con atti e con canti
dimostrare che 'l padre santo dava loro grandissimo diletto. E santo Francesco con loro
insieme si rallegrava e dilettava, e maravigliavasi molto di tanta moltitudine d'uccelli e
della loro bellissima varietà e della loro attenzione e famigliarità; per la qual cosa
egli in loro divotamente lodava il Creatore. Finalmente compiuta la predicazione, santo
Francesco fece loro il segno della Croce e diè loro licenza di partirsi; e allora tutti
quelli uccelli si levarono in aria con maravigliosi canti, e poi secondo la Croce ch'avea
fatta loro santo Francesco si divisono in quattro partì; e l'una parte volò inverso
l'oriente e l'altra parte verso occidente, e l'altra parte verso lo meriggio, e la quarta
parte verso l'aquilone, e ciascuna schiera n'andava cantando maravigliosi canti; in questo
significando che come da santo Francesco gonfaloniere della Croce di Cristo era stato a
loro predicato e sopra loro fatto il segno della Croce, secondo il quale egli si divisono
in quattro partì del mondo; così la predicazione della Croce di Cristo rinnovata per
santo Francesco si dovea per lui e per li suoi frati portare per tutto il mondo; li quali
frati, a modo che gli uccelli, non possedendo nessuna cosa propria in questo mondo, alla
sola provvidenza di Dio commettono la lor vita.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO
Come uno fanciullo fraticino, orando santo Francesco di notte, vide Cristo e la Vergine
Maria e molti altri santi parlare con lui.
Uno fanciullo molto puro e innocente fu ricevuto nell'Ordine, vivendo santo Francesco; e
stava in uno luogo piccolo, nel quale i frati per necessità dormivano in campoletti.
Venne santo Francesco una volta al detto luogo; e la sera, detta Compieta, s'andò a
dormire per potersi levare la notte ad orare, quando gli altri frati dormissono, come egli
era usato di fare. Il detto fanciullo si puose in cuore di spiare sollecitamente le vie di
santo Francesco, per potere conoscere la sua santità e spezialmente di potere sapere
quello che facea la notte quando si levava. E acciò che 'l sonno non lo ingannasse, sì
si puose quello fanciullo a dormire allato a santo Francesco e legò la corda sua con
quella di santo Francesco, per sentirlo quando egli si levasse e di questo santo Francesco
non sentì niente. Ma la notte in sul primo sonno, quando tutti gli altri frati dormivano,
si levò e trovò la corda sua così legata e sciolsela. Pianamente, perché il fanciullo
non si sentisse, e andossene santo Francesco solo nella selva ch'era presso al luogo, ed
entra in una celluzza che v'era e puosesi in orazione.
E dopo alcuno spazio si desta il fanciullo e trovando la corda isciolta e santo Francesco
levato, levossi su egli e andò cercando di lui; e trovando aperto l'uscio donde s'andava
nella selva, pensò che santo Francesco fusse ito là, ed entra nella selva. E giungendo
presso al luogo dove santo Francesco orava, cominciò a udire un grande favellare; e
appressandosi più, per vedere e per intendere quello ch'egli udiva, gli venne veduta una
luce mirabile la quale attorniava santo Francesco, e in essa vide Cristo e la Vergine
Maria e santo Giovanni Battista e l'Evangelista e grandissima moltitudine d'Agnoli, li
quali parlavano con santo Francesco. Vedendo questo il fanciullo e udendo, cadde in terra
tramortito. Poi, compiuto il misterio di quella santa apparizione e tornando santo
Francesco al luogo, trovò il detto fanciullo, col piè, giacere nella via come morto, e
per compassione si lo levò e arrecollosi in braccia e portollo come fa il buono pastore
alle sue pecorelle.
E poi sapendo da lui com'egli avea veduta la detta visione, sì gli comandò che non lo
dicesse mai a persona, cioè mentre che egli fosse vivo. Il fanciullo poi, crescendo in
grazia di Dio e divozione di santo Francesco, fu uno valente uomo in nello Ordine, ed esso
dopo la morte di santo Francesco, rivelò alli frati la detta visione.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO DICIOTTESIMO
Del maraviglioso Capitolo che tenne santo Francesco a Santa Maria degli Agnoli dove furono
oltre a cinquemila frati.
Il fedele servo di Cristo santo Francesco tenne una volta un Capitolo generale a Santa
Maria degli Agnoli, al quale Capitolo si raunò oltre cinquemila frati; e vennevi santo
Domenico, capo e fondamento dell'Ordine de' frati Predicatori, il quale allora andava di
Borgogna a Roma, e udendo la congregazione del Capitolo che santo Francesco facea in nel
piano di Santa Maria degli Agnoli, si lo andò a vedere con sette frati dell'Ordine suo.
Fu ancora al detto Capitolo uno Cardinale divotissimo di santo Francesco, al quale egli
avea profetato ch'egli dovea essere Papa, e così fu, il quale Cardinale era venuto
istudiosamente da Perugia, dov'era la corte ad Ascesi; e ogni dì veniva a vedere santo
Francesco e' suoi frati, e alcuna volta cantava la messa, alcuna volta faceva il sermone
a' frati in Capitolo; e prendea il detto Cardinale grandissimo diletto e divozione, quando
venia a visitare quel santo collegio. E veggendo sedere in quella pianura intorno a Santa
Maria i frati a schiera a schiera, qui quaranta, ove cento, dove ottanta insieme, tutti
occupati nel ragionare di Dio, in orazioni, in lagrime, in esercizi di carità, e stavano
con tanto silenzio e con tanta modestia, che ivi non si sentia uno romore, nessuno
stropiccìo e maravigliandosi di tanta moltitudine in uno così ordinata, con lagrime e
con grande devozione diceva: «Veramente questo si è il campo e lo esercito de' cavalieri
di Dio!». Non si udiva in tanta moltitudine niuno parlare favole o bugie, ma dovunque si
raunava ischiera di frati, quelli oravano, o eglino diceano ufficio, o piagneano i peccati
loro o dei loro benefattori, o l'ragionavano della salute delle anime. Erano in quel campo
tetti di graticci e di stuoie, e distinti per torme, secondo i frati di diverse Provincie;
e però si chiamava quel Capitolo, il Capitolo di graticci ovvero di stuoie. I letti loro
si era la piana terra e chi avea un poco di paglia; i capezzali si erano o pietre o legni.
Per la qual ragione si era tanta divozione di loro, a chiunque li udiva o vedeva, e tanto
la fama della loro santità, che della corte del Papa, ch'era allora a Perugia, e delle
altre terre della Valle di Spulito veniano a vedere molti conti, baroni e cavalieri ed
altri gentili uomini e molti popolani e cardinali e vescovi e abati e con molti altri
cherici, per vedere quella così santa e grande congregazione e umile, la quale il mondo
non ebbe mai, di tanti santi uomini insieme; e principalmente veniano a vedere il capo e
padre santissimo di quella santa gente, il quale avea rubato al mondo così bella preda e
raunato così bello e divoto gregge a seguitare l'orme del vero pastore Gesù Cristo.
Essendo dunque raunato tutto il Capitolo generale, il santo padre di tutti e generale
ministro santo Francesco in fervore di spirito propone la parola di Dio, e predica loro in
alta voce quello che lo Spirito Santo gli facea parlare; e per tema del sermone propuose
queste parole: «Figliuoli miei, gran cose abbiamo promesse a Dio, troppo maggiori sono da
Dio promesse a noi se osserviamo quelle che noi abbiamo promesse a lui; e aspettiamo di
certo quelle che sono promesse a noi. Brieve è il diletto del mondo, ma la pena che
seguita ad esso è perpetua. Piccola è la pena di questa vita, ma la gloria dell'altra
vita è infinita». E sopra queste parole predicando divotissimamente, confortava e
induceva tutti i frati a obbidienza e a riverenza della santa madre Chiesa e alla canta
fraternale, e ad orare per tutto il popolo Iddio, ad avere pazienza nelle avversità del
mondo e temperanza nelle prosperità, e tenere mondizia e castità angelica, e ad avere
concordia e pace con Dio e con gli uomini e con la propria coscienza, e amore e osservanza
della santissima povertà. E quivi disse egli: «lo comando, per merito della santa
obbedienza, che tutti voi che siete congregati che nessuno di voi abbia cura né
sollecitudine di veruna cosa di mangiare o di bere o di cose necessarie al corpo, ma
solamente intendere a orare e laudare Iddio; e tutta la sollecitudine del corpo vostro
lasciate a lui, imperò ch'egli ha spezialmente cura di voi». E tutti quanti ricevettono
questo comandamento con allegro cuore e lieta faccia. E compiuto il sermone di santo
Francesco, tutti si gettarono in orazione.
Di che santo Domenico, il quale era presente a tutte queste cose, fortemente si
maravigliò del comandamento di santo Francesco e riputavalo indiscreto, non potendo
pensare come tanta moltitudine si potesse reggere, sanza avere nessuna cura e
sollocitudine e cose necessarie al corpo. Ma 'l principale pastore Cristo benedetto,
volendo mostrare com'egli ha cura delle sue pecore e singulare amore a' poveri suoi,
immantanente ispirò alle genti di Perugia, di di Spulito e di Foligno, di Spello e
d'Ascesi e delle altre terre intorno, che portassono da mangiare e da bere a quella santa
congregazione. Ed eccoti subitamente venire delle predette terre uomini con somieri,
cavalli, carri, carichi di pane e di vino, di fave, di cacio e d'altre buone cose da
mangiare, secondo ch'a' poveri di Cristo era di bisogno. Oltre a questo, recavano
tovaglie, orciuli, ciotole, bicchieri e altri vasi che faceano mestieri a tanta
moltitudine. E beato si riputava chi più cose potesse portare, o più sollecitamente
servire, in tanto ch'eziandio i cavalieri e li baroni e altri gentili uomini che veniano a
vedere, con grande umiltà e divozione servirono loro innanzi. Per la qual cosa santo
Domenico, vedendo queste cose e conoscendo veramente che la provvidenza divina si
adoperava in loro, umilmente si riconobbe ch'avea falsamente giudicato santo Francesco di
comandamento indiscreto, e inginocchiossi andandogli innanzi e umilmente ne disse sua
colpa e aggiunse: «Veramente Iddio ha cura speziale di questi santi poverelli, e io non
lo sapea, e io da ora innanzi prometto d'osservare la evangelica povertà e santa; e
maladico dalla parte di Dio tutti li frati dell'Ordine mio, li quali nel detto Ordine
presumeranno d'avere proprio». Sicché santo Domenico fu molto edificato della fede del
santissimo Francesco, e della obbidienza e della povertà di così grande e ordinato
collegio, e della provvidenza divina e della copiosa abbondanza d'ogni bene.
In quello medesimo Capitolo fu detto a santo Francesco che molti frati portavano il
cuoretto in sulle carni e cerchi di ferro, per la qual cosa molti ne infermavano, onde ne
morivano, e molti n'erano impediti dallo orare. Di che santo Francesco, come discretissimo
padre, comandò per la santa obbidienza, che chiunque avesse o cuoretto o cerchio di
ferro, si se lo traesse e ponesselo dinanzi a lui. E così fecero. E furono annoverati
bene cinquecento cuoretti di ferro e troppo più cerchi tra da braccia e da ventri, in
tanto che feciono un grande monticello e santo Francesco tutti li fece lasciare ivi. Poi
compiuto lo Capitolo, santo Francesco confortandoli tutti in bene e ammaestrandoli come
dovessino iscampare e sanza peccato di questo mondo malvagio, con la benedizione di Dio e
la sua li rimandò alle loro provincie, tutti consolati di letizia spirituale.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO
Come dalla vigna del prete da Rieti in casa di cui orò santo Francesco, per la molta
gente che venia a lui furono tratte e colte l'uve, e poi miracolosamente fece più vino
che mai sì come santo Francesco gli avea promesso. E come Iddio rivelò a santo Francesco
ch'egli arebbe paradiso alla sua partita.
Sendo una volta santo Francesco gravemente infermo degli occhi messere Ugolino, cardinale
protettore dell'Ordine, per grande tenerezza ch'avea di lui, sì gli iscrisse ch'egli
andasse a lui a Rieti dov'erano ottimi medici d'occhi. Allora santo Francesco ricevuta la
lettera del Cardinale, se ne andò in prima a Santo Damiano, dove era santa Chiara
divotissima isposa di Cristo, per darle alcuna consolazione e poi andare al Cardinale.
Essendo ivi santo Francesco, la notte seguente peggiorò sì degli occhi ch'e' non vedea
punto di lume; di che non potendosi partire, e santa Chiara gli fece una celluzza di
cannucce, nella quale egli si potesse meglio riposare. Ma santo Francesco tra per lo
dolore della infermità e per la moltitudine de surci che gli faceano grandissima noia,
punto del mondo non si potea posare, né di dì, né di notte. E sostenendo più dì
quella pena e tribulazione, cominciò a pensare e a conoscere che quello era un flagello
di Dio per li suoi peccati; e incominciò a ringraziare Iddio con tutto il cuore e con la
bocca: e poi gridava ad alte voci e disse: «Signore mio Iddio, io sono degno di questo e
di troppo peggio. Signore mio Gesù Cristo, pastore buono, il quale a noi peccatori hai
posta la tua misericordia in diverse pene e angoscie corporali, concedi grazia e virtù tu
a me tua pecorella, che per nessuna infermità e angoscia e dolore io mi parta da te». E
fatta questa orazione, gli venne una voce dal cielo che disse: «Francesco, rispondimi. Se
tutta la terra fosse oro, e tutti li mari e fonti e fiumi fossino balsimo, e tutti li
monti, colli e li sassi fussono pietre preziose, e tu trovassi un altro tesoro più nobile
che queste cose, quanto l'oro è più nobile che la terra, e 'l balsimo che l'acqua, e le
pietre preziose più che i monti o i sassi, e fusseti dato per questa infermità quello
più nobile tesoro, non ne dovresti tu essere contento e bene allegro?». Risponde santo
Francesco: «Signore, io sono indegno di così prezioso tesoro». E la voce di Dio dicea a
lui: «Rallegrati, Francesco, però che quello è il tesoro di vita eterna, il quale io ti
riserbo e insino a ora io te ne investisco; e questa infermità e afflizione è arra di
quello tesoro beato». Allora santo Francesco chiamò il compagno con grandissima
allegrezza di così gloriosa promessa, e disse: «Andiamo al Cardinale». E consolando in
prima santa Chiara con sante parole e da lei umilmente accomiatandosi, prese il cammino
verso Rieti.
E quando vi giunse presso, tanta moltitudine di popolo gli si feciono incontro, che
perciò egli non volle entrare nella città ma andossene a una chiesa ch'era presso la
città forse a due miglia. Sappiendo li cittadini ch'egli era alla detta chiesa, correvano
tanto intorno a vederlo, che la vigna della chiesa tutta si guastava e l'uve erano tutte
colte. Di che il prete forte si dolea nel cuore suo, e pentessi ch'egli avea ricevuto
santo Francesco nella sua chiesa. Essendo da Dio rivelato a santo Francesco il pensiero
del prete, sì lo fece chiamare a sé e dissegli: «Padre carissimo, quante some di vino
ti rende questa vigna l'anno, quand'ella ti rende meglio?». Rispuose, che dodici some.
Dice santo Francesco: «Io ti priego, padre, che tu sostenga pazientemente il mio dimorare
qui alquanti dì, però ch'io ci truovo molto riposo, e lascia torre a ogni persona
dell'uva di questa tua vigna per lo amore di Dio e di me poverello; e io ti prometto dalla
parte del mio Signore Gesù Cristo, ch'ella te ne renderà uguanno venti some». E questo
faceva santo Francesco dello stare ivi, per lo grande frutto delle anime che si vedea fare
delle genti che vi veniano, dei quali molti partivano inebriati del divino amore e
abbandonavano il mondo. Confidossi il prete della promessa di santo Francesco e lasciò
liberamente la vigna a coloro che venivano a lui. Maravigliosa cosa! La vigna fu al tutto
guasta, sicché appena vi rimasono alcuni racimoli d'uve. Viene il tempo della vendemmia,
e 'l prete raccoglie cotali racimoli e metteli nel tino e pigia, e secondo la promessa di
santo Francesco, ricoglie venti some d'ottimo vino. Nel quale miracolo manifestamente si
diè ad intendere che, come per merito di santo Francesco la vigna spogliata d'uve era
abbondata in vino, così il popolo cristiano sterile di virtù per lo peccato, per li
meriti e dottrina di santo Francesco spesse volte abbondava di buoni frutti di penitenza.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTESIMO
D'una molto bella visione che vide uno frate giovane, a quale avea in tanta abbominazione
la cappa, ch'era disposto di lasciare l'abito e uscire dell'Ordine.
Un giovane molto nobile e delicato venne all'Ordine di santo Francesco; il quale dopo
alquanti dì, per istigazione del demonio, cominciò ad avere in tanta abbominazione
l'abito che portava, che gli parea portare un sacco vilissimo; avea orrore delle maniche e
abbominava il cappuccio, e la lunghezza e la asprezza gli parea una soma incomportabile. E
crescendo pure il dispiacere della religione, egli finalmente si diliberò di lasciare
l'abito e tornare al mondo.
Avea costui già preso per usanza, secondo che gli avea insegnato il suo maestro,
qualunque ora egli passava dinanzi all'altare del convento, nel quale si conservava il
corpo di Cristo, d'inginocchiarsi con gran riverenza e trarsi il cappuccio e colle braccia
cancellate inchinarsi. Addivenne che la notte, nella quale si dovea partire e uscire
dell'Ordine, convenne ch' e' passasse dinanzi all'altare del convento; e passandovi
secondo l'usanza s'inginocchiò e fece riverenza. E subitamente fu ratto in ispirito, e
fugli mostrata da Dio maravigliosa visione; imperò che vide dinanzi a sé quasi
moltitudine infinita di santi a modo di processione a due a due, vestiti di bellissimi e
preziosi vestimenti di drappi, e la faccia loro e le mani risplendeano come il sole, e
andavano con canti e con suoni d'agnoli; fra' quali santi erano due più nobilemente
vestiti e adorni che tutti gli altri, ed erano attorniati di tanta chiarezza, che
grandissimo stupore davano a chi li riguardava; e quasi nel fine della processione, vide
uno adornato di tanta gloria, che parea cavaliere novello, più onorato che gli altri.
Vedendo questo giovane la detta visione, si maravigliava e non sapea che quella
processione si volesse dire, e non era ardito di domandarne e istava stupefatto per
dolcezza. Essendo nientedimento passata tutta la processione, costui pure prende ardire e
corre dritto agli ultimi e con grande timore li domanda dicendo: «O carissimi, io vi
priego che vi piaccia di dirmi chi sono quelli così maravigliosi, i quali sono in questa
processione così venerabile». Rispondono costoro: «Sappi, figliuolo, che noi siamo
tutti frati Minori, li quali veniamo ora della gloria di paradiso». E così costui
domanda: «Chi sono quelli due che risplendono più che gli altri?». Rispondono costoro:
«Questi sono santo Francesco e santo Antonio, e quello ultimo che tu vedesti così
onorato, è uno santo frate che morì nuovamente; il quale però che valentemente
conbattette contro alle tentazioni e perseverò insino alla fine, noi il meniamo con
trionfo alla gloria di paradiso. E questi vestimenti di drappi così belli che noi
portiamo, ci sono dati da Dio in iscambio delle aspre toniche le quali noi pazientemente
portavamo nella religione, e la gloriosa chiarità che tu vedi in noi, ci è data da Dio
per la umiltà e pazienza e per la santa povertà e obbedienza e castità, le quali noi
servammo insino alla fine. E però, figliuolo, non ti sia duro portare il sacco della
religione così fruttuoso, però che se col sacco di santo Francesco per lo amore di
Cristo tu disprezzerai il mondo e mortificherai la carne e contro al demonio combatterai
valentemente, tu avrai insieme con noi simile vestimento e chiarità di gloria». E dette
queste parole, il giovane tornò in se medesimo, e confortato della visione, cacciò da
sé ogni tentazione. Riconobbe la colpa sua dinanzi al guardiano e alli frati; e da indi
innanzi desiderò l'asprezza della penitenza e de' vestimenti, e finì la vita sua
nell'Ordine in grande santità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTUNESIMO
Del santissimo miracolo che fece santo Francesco, quando convertì il ferocissirno lupo
d'Agobbio.
Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio nel contado di Agobbio
appari un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli
animali ma eziandio gli uomini, in tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura,
però che spesse volte s'appressava alla città, e tutti andavano armati quando uscivano
della città, come s'eglino andassono a combattere; e con tutto ciò non si poteano
difendere da lui, chi in lui si scontrava solo. E per paura di questo lupo e' vennono a
tanto, che nessuno era ardito d'uscire fuori della terra.
Per la qual cosa avendo compassione santo Francesco agli uomini della terra, sì volle
uscire fuori a questo lupo, bene che li cittadini al tutto non gliel consigliavano; e
facendosi il segno della santissima croce, uscì fuori della terra egli co' suoi compagni,
tutta la sua confidanza ponendo in Dio. E dubitando gli altri di andare più oltre, santo
Francesco prese il cammino inverso il luogo dove era il lupo. Ed ecco che, vedendo molti
cittadini li quali erano venuti a vedere cotesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a
santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui, santo Francesco gli fa il
segno della croce, e chiamollo a sé e disse così: «Vieni qui, frate lupo, io ti comando
dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona». Mirabile cosa a
dire! Immantanente che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la
bocca e ristette di correre: e fatto il comandamento, venne mansuetamente come agnello, e
gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere. E santo Francesco gli parlò
così:«Frate lupo, tu fai molti danni in queste partì, e hai fatti grandi malifici,
guastando e uccidendo le creature di Dio sanza sua licenza; e non solamente hai uccise e
divorate le bestie, ma hai avuto ardire d'uccidere uomini fatti alla immagine di Dio; per
la qual cosa tu se' degno delle forche come ladro e omicida pessimo, e ogni gente grida e
mormora di te, e tutta questa terra t'è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra
te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa,
e né li omini né li canti ti perseguitino più». E dette queste parole, il lupo con
atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d'accettare ciò che
santo Francesco dicea e di volerlo osservare. Allora santo Francesco disse: «Frate lupo,
poiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch'io ti farò dare le
spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non
patirai più fame; imperò che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male. Ma
poich'io t'accatto questa grazia, io voglio, frate lupo, che tu mi imprometta che tu non
nocerai a nessuna persona umana né ad animale, promettimi tu questo?». E il lupo, con
inchinate di capo, fece evidente segnale che 'l prometteva. E santo Francesco sì dice:
«Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa, acciò ch'io me ne possa
bene fidare». E distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo
levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di santo
Francesco, dandogli quello segnale ch'egli potea di fede.
E allora disse santo Francesco: «Frate lupo, io ti comando nel nome di Gesù Cristo, che
tu venga ora meco sanza dubitare di nulla, e andiamo a fermare questa pace al nome di
Dio». E il lupo ubbidiente se ne va con lui a modo d'uno agnello mansueto, di che li
cittadini, vedendo questo, fortemente si maravigliavano. E subitamente questa novità si
seppe per tutta la città, di che ogni gente maschi e femmine, grandi e piccoli, giovani e
vecchi, traggono alla piazza a vedere il lupo con santo Francesco. Ed essendo ivi bene
raunato tutto 'l popolo, levasi su santo Francesco e predica loro dicendo, tra l'altre
cose, come per li peccati Iddio permette cotali cose e pestilenze, e troppo è più
pericolosa la fiamma dello inferno la quale ci ha a durare eternalemente alli dannati, che
non è la rabbia dello lupo, il quale non può uccidere se non il corpo: «quanto è
dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in
tremore la bocca d'un piccolo animale. Tornate dunque, carissimi, a Dio e fate degna
penitenza de' vostri peccati, e Iddio vi libererà del lupo nel presente e nel futuro dal
fuoco infernale». E fatta la predica, disse santo Francesco: «Udite, fratelli miei:
frate lupo, che è qui dinanzi da voi, sì m'ha promesso, e fattomene fede, di far pace
con voi e di non offendervi mai in cosa nessuna, e voi gli promettete di dargli ogni dì
le cose necessarie; ed io v'entro mallevadore per lui che 'l patto della pace egli
osserverà fermamente». Allora tutto il popolo a una voce promise di nutricarlo
continuamente. E santo Francesco, dinanzi a tutti, disse al lupo: «E tu, frate lupo,
prometti d'osservare a costoro il patto della pace, che tu non offenda né gli uomini, né
gli animali né nessuna creatura?». E il lupo inginocchiasi e inchina il capo e con atti
mansueti di corpo e di coda e d'orecchi dimostrava, quanto è possibile, di volere servare
loro ogni patto. Dice santo Francesco: «Frate lupo, io voglio che come tu mi desti fede
di questa promessa fuori della porta, così dinanzi a tutto il popolo mi dia fede della
tua promessa, che tu non mi ingannerai della mia promessa e malleveria ch'io ho fatta per
te». Allora il lupo levando il piè ritto, sì 'l puose in mano di santo Francesco. Onde
tra questo atto e gli altri detti di sopra fu tanta allegrezza e ammirazione in tutto il
popolo, sì per la divozione del Santo e sì per la novità del miracolo e sì per la pace
del lupo, che tutti incominciarono a gridare al cielo, laudando e benedicendo Iddio, il
quale si avea loro mandato santo Francesco, che per li suoi meriti gli avea liberati dalla
bocca della crudele bestia.
E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio, ed entravasi dimesticamente per le case a
uscio a uscio, sanza fare male a persona e sanza esserne fatto a lui; e fu nutricato
cortesemente dalla gente, e andandosi così per la terra e per le case, giammai nessuno
cane gli abbaiava drieto. Finalmente dopo due anni frate lupo sì si morì di vecchiaia,
di che li cittadini molto si dolsono, imperò che veggendolo andare così mansueto per la
città, si raccordavano meglio della virtù e santità di santo Francesco.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTIDUESIMO
Come santo Francesco dimesticò le tortole salvatiche.
Un giovane aveva preso un dì molte tortole, e portavale a vendere. Iscontrandosi in lui
santo Francesco, il quale sempre avea singolare pietà agli animali mansueti, riguardando
quelle tortole con l'occhio pietoso, disse al giovane: «O buono giovane, io ti priego che
tu me le dia, e che uccelli così innocenti le quali nella Scrittura sono assomigliate
all'anime caste e umili e fedeli, non vengano alle mani de' crudeli che gli uccidano». Di
subito colui, ispirato da Dio, tutte le diede a santo Francesco: ed egli ricevendole in
grembo, cominciò a parlare loro dolcemente: «O sirocchie mie, tortole semplici,
innocenti, caste, perché vi lasciate voi pigliare? Or ecco io vi voglio scampare da morte
e farvi i nidi, acciò che voi facciate frutto e multiplichiate secondo i comandamenti del
nostro Creatore».
E va santo Francesco e a tutte fece nido. Ed ellenò, usandosi cominciarono a fare uova e
figliare dinanzi alli frati, e così dimesticamente si stavano e usavano con santo
Francesco e con gli altri frati, come se fussono state galline sempre nutricate da loro. E
mai non si partirono, insino che santo Francesco con la sua benedizione diede loro licenza
di partirsi. E al giovane, che gliele aveva date, disse santo Francesco: «Figliuolo, tu
sarai ancora frate in questo Ordine e servirai graziosamente a Gesù Cristo». E così fu,
imperò che 'l detto giovane si fece frate e vivette nel detto Ordine con grande santità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTITREESIMO.
Come santo Francesco liberò un frate ch'era in peccato col demonio.
Stando santo Francesco una volta in orazione nel luogo della Porziuncola, vide per divina
revelazione tutto il luogo attorniato e assediato dalli demoni a modo che di grande
esercito; ma nessuno loro potea entrare dentro nel luogo, imperò che questi frati erano
di tanta santità, che li demonii non aveano a cui entrare dentro. Ma perseverando così,
un di uno di que' frati si scandalezzò con un altro e pensava nel cuor suo come lo
potesse accusare e vendicarsi di lui. Per la qual cosa, istando costui in questo mal
pensiero, il demonio, avendo l'entrata aperta entrò nel luogo, e ponsi in sul collo di
quello frate. Veggendo ciò io pietoso e sollecito pastore, lo quale vegghiava sempre
sopra le sue greggie, che il lupo si era entrato a divorare la pecorella sua, fece
subitamente chiamare a sé quel frate, e comandògli che di presente e' dovesse iscoprire
lo veleno dell'odio conceputo contro al prossimo, per lo quale egli era nelle mani del
nimico. Di che colui impaurito, che si vedea compreso dal padre santo, si scoperse ogni
veleno e rancore e riconobbe la colpa sua, e domandonne umilmente la penitenza con
misericordia. E fatto ciò, assoluto che fu dal peccato e ricevuto la penitenza, subito
dinanzi a santo Francesco il demonio si partì, e 'l frate così liberato delle mani della
bestia crudele, per la bontà del buono pastore, sì ringraziò Iddio, e ritornando
corretto e ammaestrato alla gregge del santo pastore, esso vivette poi in grande santità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO
Come santo Francesco convertì alla fede il Soldano di Babilonia e la meretrice che lo
richiese di peccato.
Santo Francesco istigato dallo zelo della fede di Cristo e dal desiderio del martirio,
andò una volta oltremare con dodici suoi compagni santissimi, ritti per andare al Soldano
di Babilonia. E giugnendo in alcuna contrada di Saracini, ove si guardavano i passi da
certi sì crudeli uomini, che nessuno de' cristiani, che vi passasse, potea iscampare che
non fosse morto: e come piacque a Dio non furono morti, ma presi, battuti e legati furono
e menati dinanzi al Soldano. Ed essendo dinanzi a lui santo Francesco, ammaestrato dallo
Spirito Santo predicò sì divinamente della fede di Cristo, che eziandio per essa fede
egli voleano entrare nel fuoco. Di che il Soldano cominciò avere grandissima divozione in
lui, sì per la costanza della fede sua, sì per lo dispregio del mondo che vedea in lui,
imperò che nessuno dono volea da lui ricevere, essendo poverissimo, e sì eziandio per lo
fervore del martirio, il quale in lui vedeva. Da quel punto innanzi il Soldano l'udiva
volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a'
compagni ch'eglino potessono predicare dovunque e' piacesse a loro. E diede loro un
segnale, per lo quale egli non potessono essere offesi da persona.
Avuta adunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò quelli suoi eletti
compagni a due a due in diverse partì di Saracini a predicare la fede di Cristo; ed egli
con uno di loro elesse una contrada, alla quale giugnendo entrò in uno albergo per
posarsi. Ed ivi si era una femmina bellissima del corpo ma sozza dell'anima, la quale
femmina maldetta richiese santo Francesco di peccato. E dicendole santo Francesco: «Io
accetto, andiamo a letto»; ed ella lo menava in camera. E disse santo Francesco: «Vieni
con meco, io ti menerò a uno letto bellissimo». E menolla a uno grandissimo fuoco che si
facea in quella casa; e in fervore di spirito si spoglia ignudo, e gittasi allato a questo
fuoco in su lo spazzo affocato, e invita costei che ella si spogli e vada a giacersi con
lui in quello letto ispiumacciato e bello. E istandosi così santo Francesco per grande
ispazio con allegro viso, e non ardendo né punto abbronzando, quella femmina per tale
miracolo ispaventata e compunta nel cuor suo, non solamente sì si penté del peccato e
della mala intenzione, ma eziandio si convertì perfettamente alla fede di Cristo, e
diventò di tanta santità, che per lei molte anime si salvarono in quelle contrade.
Alla perfine, veggendosi santo Francesco non potere fare più frutto in quelle contrade,
per divina revelazione sì dispuose con tutti li suoi compagni di ritornare tra i fedeli;
e raunatili tutti insieme, ritornò al Soldano e prendette commiato da lui. E allora gli
disse il Soldano: «Frate Francesco, io volentieri mi convertirei alla fede di Cristo, ma
io temo di farlo ora: imperò che, se costoro il sentissino, eglino ucciderebbono te e me
con tutti li tuoi compagni, e conciò sia cosa che tu possa ancora fare molto bene, e io
abbia a spacciare certe cose di molto grande peso, non voglio ora inducere la morte tua e
la mia; ma insegnami com'io mi possa salvare: io sono apparecchiato a fare ciò che tu
m'imponi». Disse allora santo Francesco: «Signore, io mi parto ora da voi, ma poi ch'io
sarò tornato in mio paese e ito in cielo, per la grazia di Dio, dopo la morte mia,
secondo che piacerà a Dio, ti manderò due de' miei frati da' quali tu riceverai il santo
battesimo di Cristo, e sarai salvo, siccome m'ha rivelato il mio Signore Gesù Cristo. E
tu in questo mezzo ti sciogli d'ogni impaccio, acciò che quando verrà a te la grazia di
Dio, ti muovi apparecchiato a fede e divozione». E così promise di fare e fece.
Fatto questo, santo Francesco torna con quello venerabile collegio de' suoi compagni
santi; e dopo alquanti anni santo Francesco per morte corporale rendé l'anima a Dio. E 'l
Soldano infermando si aspetta la promessa di santo Francesco, e fa istare guardie a certi
passi, e comanda che se due frati v'apparissono in abito di santo Francesco, di subito
fussino menati a lui. In quel tempo apparve santo Francesco a due frati e comandò loro
che sanza indugio andassono al Soldano e procurino la sua salute, secondo che gli avea
promesso. Li quali frati subito si mossono, e passando il mare, dalle dette guardie furono
menati al Soldano. E, veggendoli, il Soldano ebbe grandissima allegrezza e disse: «Ora so
io veramente che Iddio ha mandato a me li servi suoi per la mia salute, secondo la
promessa che mi fece santo Francesco per revelazione divina». Ricevendo adunque
informazione della fede di Cristo e 'l santo battesimo dalli detti frati, così
ringenerato in Cristo sì morì in quella infermità e fu salva l'anima sua per meriti e
per orazioni di santo Francesco.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTICINQUESIMO
Come santo Francesco miracolosamente sanò il lebbroso dell'anima e del corpo, e quel che
l'anima gli disse andando in cielo.
Il vero discepolo di Cristo messer santo Francesco, vivendo in questa miserabile vita, con
tutto il suo isforzo s'ingegnava di seguitare Cristo perfetto maestro: onde addivenia
ispesse volte per divina operazione, che a cui egli sanava il corpo, Iddio gli sanava
l'anima a una medesima ora, siccome si legge di Cristo. E però ch'egli non solamente
servia alli lebbrosi volentieri, ma oltre a questo avea ordinato che li frati del suo
Ordine, andando o stando per lo mondo, servissono alli lebbrosi per lo amore di Cristo, il
quale volle per noi essere riputato lebbroso; addivenne una volta, in uno luogo presso a
quello dove dimorava allora santo Francesco, li frati servivano in uno ispedale a'
lebbrosi infermi: nel quale era uno lebbroso sì impaziente e sì incomportabile e
protervo, ch'ogni uno credeva di certo e così era, che fusse invasato del dimonio,
imperò ch'egli isvillaneggiava di parole e di battiture sì sconciamente chiunque lo
serviva, e, ch'è peggio, ch'egli vituperosamente bestemmiava Cristo benedetto e la sua
santissima madre Vergine Maria, che per nessuno modo si trovava chi lo potesse o volesse
servire. E avvegna che le ingiurie e villanie proprie i frati studiassono di portare
pazientemente per accrescere il merito della pazienza; nientedimeno quelle di Cristo e
della sua Madre non potendo sostenere le coscienze loro, al tutto diterminarono
d'abbandonare il detto lebbroso: ma non lo vollono fare insino a tanto ch'eglino il
significarono ordinatamente a santo Francesco, il quale dimorava allora in uno luogo quivi
presso.
E significato che gliel'ebbono, e santo Francesco se ne viene a questo lebbroso perverso;
e giugnendo a lui, sì lo saluta dicendo: «Iddio ti dia pace, fratello mio carissimo».
Risponde il lebbroso: «Che pace posso io avere da Dio, che m'ha tolto pace e ogni bene, e
hammi fatto tutto fracido e putente?». E santo Francesco disse: «Figliuolo, abbi
pazienza, imperò che le infermità de' corpi ci sono date da Dio in questo mondo per
salute dell'anima, però ch'elle sono di grande merito, quand'elle sono portate
pazientemente». Risponde lo infermo: «E come poss'io portare pazientemente la pena
continova che m'affligge il di e la notte? E non solamente io sono afflitto dalla
infermità mia, ma peggio mi fanno i frati che tu mi desti perché mi servissono, e non mi
servono come debbono». Allora santo Francesco, conoscendo per rivelazione che questo
lebbroso era posseduto da maligno spirito, andò e posesi in orazione e pregò Iddio
divotamente per lui.
E fatta l'orazione, ritorna a lui e dice così: «Figliuolo, io ti voglio servire io, da
poi che tu non ti contenti degli altri». «Piacemi, dice lo 'nfermo: ma che mi potrai tu
fare più che gli altri?» Risponde santo Francesco: «Ciò che tu vorrai, io farò».
Dice il lebbroso: «Io voglio che tu mi lavi tutto quanto, imperò ch'io puto si
fortemente' ch'io medesimo non mi posso patire». Allora santo Francesco di subito fece
iscaldare dell'acqua con molte erbe odorifere, poi sì spoglia costui e comincia a lavarlo
colle sue mani, e un altro frate metteva su l'acqua. E per divino miracolo, dove santo
Francesco toccava con le sue mani, si partiva la lebbra e rimaneva la carne perfettamente
sanata. E come s'incominciò la carne a sanicare, così s'incominciò a sanicare l'anima:
onde veggendosi il lebbroso cominciare a guarire, cominciò ad avere grande compunzione e
pentimento de' suoi peccati, e cominciò a piagnere amarissimamente; sicché mentre che 'l
corpo si mondava di fuori della lebbra per lo lavamento dell'acqua, l'anima si mondava
dentro del peccato per contrizione e per le lagrime.
Ed essendo compiutamente sanato quanto al corpo e quanto all'anima, umilmente si rendette
in colpa e dicea piagnendo ad alta voce: «Guai a me, ch'io sono degno dello inferno per
le villanie e ingiurie ch'io ho fatte e dette a' frati, e per la impazienza e bestemmie
ch'io ho avute contro a Dio». Onde per quindici dì perseverò in amaro pianto de' suoi
peccati e in chiedere misericordia a Dio, confessandosi al prete interamente. E santo
Francesco veggendo così espresso miracolo, il quale Iddio avea adoperato per le sue mani,
ringraziò Iddio e partissi indi, andando in paesi assai di lunge; imperò che per umiltà
volea fuggire ogni gloria e in tutte le sue operazioni solo cercava l'onore e la gloria di
Dio e non la propria.
Poi com'a Dio piacque, il detto lebbroso sanato del corpo e dell'anima, dopo quindici dì
della sua penitenza, infermò d'altra infermità: e armato delli Sacramenti ecclesiastici
sì si morì santamente. E la sua anima, andando in paradiso, apparve in aria a santo
Francesco che si stava in una selva in orazione, e dissegli: «Riconoscimi tu?». «Qual
se' tu?», disse santo Francesco. «Io sono il lebbroso il quale Cristo benedetto sanò
per li tuoi meriti, e oggi me ne vo a vita eterna; di che io rendo grazie a Dio e a te.
Benedetta sia l'anima e 'l corpo tuo, e benedette le tue sante parole e operazioni,
imperò che per te molte anime si salveranno nel mondo. E sappi che non è dì nel mondo,
nel quale li santi Agnoli e gli altri santi non ringrazino Iddio de' santi frutti che tu e
l'Ordine tuo fate in diverse partì del mondo; e però confortati e ringrazia Iddio, e
sta' con la sua benedizione». E dette queste parole, se n'andò in cielo; e santo
Francesco rimase molto consolato.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTISEIESIMO
Come santo Francesco convertì tre ladroni micidiali e fecionsi frati; e della nobilissima
visione che vide l'uno di loro, il quale fu santissimo frate.
Santo Francesco andò una volta per lo diserto del Borgo a Santo Sipolcro e passando per
uno castello che si chiama Monte Casale, venne a lui un giovane nobile e delicato e
dissegli: «Padre, io vorrei molto volentieri essere de' vostri frati». Risponde santo
Francesco: «Figliuolo tu se' giovane e delicato e nobile; forse tu non potresti sostenere
la povertà e l'asprezza nostra». Ed egli disse: «Padre, non siete voi uomini com'io?
Dunque come la sostenete voi, così potrò io con la grazia di Cristo». Piacque molto a
santo Francesco quella risposta; di che benedicendolo, immantanente lo ricevette
all'Ordine e puosegli nome frate Agnolo. E portossi questo giovane così graziosamente,
che ivi a poco tempo santo Francesco il fece guardiano nel luogo detto di Monte Casale.
In quello tempo usavano nella contrada tre nominati ladroni, li quali faceano molti mali
nella contrada, li quali vennono un dì al detto luogo de' frati e pregavano il detto
frate Agnolo guardiano che desse loro da mangiare. E 'l guardiano rispuose loro in questo
modo, riprendendoli aspramente: «Voi, ladroni e crudeli e omicidi, non vi vergognate di
rubare le fatiche altrui; ma eziandio, come presuntuosi e isfacciati, volete divorare le
limosine che sono mandate alli servi di Dio, che non siete pure degni che la terra vi
sostenga, però che voi non avete nessuna reverenza né a uomini né a Dio che vi creò:
andate adunque per li fatti vostri, e qui non apparite più». Di che coloro turbati,
partirono con grande sdegno.
Ed ecco santo Francesco tornare di fuori con la tasca del pane e con un vaselletto di vino
ch'egli e 'l compagno aveano accattato, e recitandogli il guardiano com'egli avea cacciato
coloro, santo Francesco fortemente lo riprese, dicendo che s'era portato crudelmente,
«impero ch'elli meglio si riducono a Dio con dolcezza che con crudeli riprensioni; onde
il nostro maestro Gesù Cristo, il cui evangelo noi abbiamo promesso d'osservare, dice che
non è bisogno a' sani il medico ma agli infermi, e che non era venuto a chiamare li
giusti ma li peccatori a penitenze, e però ispesse volte egli mangiava con loro. Conciò
sia cosa adunque che tu abbi fatto contra alla carità e contro al santo evangelo di
Cristo, io ti comando per santa obbedienza, che immantanente tu sì prenda questa tasca
del pane ch'io ho accattato e questo vasello del vino, e va' loro dietro sollecitamente
per monti e per valli tanto che tu li truovi, e presenta loro tutto questo pane e questo
vino per mia parte; e poi t'inginocchia loro dinanzi e di' loro umilmente tua colpa della
crudeltà tua, e poi li priega da mia parte che non facciano più male, ma temano Iddio e
non offendano il prossimo; e s'egli faranno questo, io prometto di provvederli nelli loro
bisogni e di dare loro continuamente e da mangiare e da bere. E quando tu arai detto loro
questo, ritornati in qua umilmente.» Mentre che il detto guardiano andò a fare il
comandamento di santo Francesco, ed egli si puose in orazione e pregava Iddio
ch'ammorbidasse i cuori di quelli ladroni e convertisseli a penitenza.
Giugne loro l'ubbidiente guardiano ed appresenta loro il pane e 'l vino, e fa e dice ciò
che santo Francesco gli ha imposto. E, come piacque a Dio, mangiando que' ladroni la
limosina di santo Francesco, cominciarono a dire insieme: «Guai a noi miseri isventurati!
E come dure pene dello inferno ci aspettiamo, i quali andiamo non solamente rubando li
prossimi e battendo e ferendo, ma eziandio uccidendo; e nientedimeno di tanti mali e così
scellerate cose, come noi facciamo, noi non abbiamo nessuno rimordimento di coscienza né
timore di Dio. Ed ecco questo frate santo, ch'è venuto a noi per parecchie parole che ci
disse giustamente per la nostra malizia, ci ha detto umilemente sua colpa e oltre a ciò
ci ha recato il pane e lo vino e così liberale promessa del santo padre. Veramente questi
si sono frati santi di Dio li quali meritano paradiso di Dio, e noi siamo figliuoli della
eternale perdizione, li quali meritiamo le pene dello inferno, e ogni indì accresciamo
alla nostra perdizione, e non sappiamo se de' peccati che abbiamo fatti insino qui noi
potremo tornare alla misericordia di Dio». Queste e somiglianti parole dicendo l'uno di
loro, dissono gli altri due: «Per certo tu di' il vero; ma ecco che dobbiamo noi fare?».
«Andiamo, disse costui, a santo Francesco, e s'egli ci dà speranza che noi possiamo
tornare a misericordia di Dio de' nostri peccati, facciamo ciò ch'e' ci comanda, e
possiamo liberare le nostre anime dalle pene dello inferno.»
Piacque questo consiglio agli altri; e così tutti e tre accordati se ne vengono in fretta
a santo Francesco e dicongli: «Padre, noi per molti iscellerati peccati che noi abbiamo
fatti, noi non crediamo potere tornare alla misericordia di Dio; ma se tu hai nessuna
isperanza che Iddio ci riceva a misericordia, ecco che noi siamo apparecchiati a fare ciò
che tu ci dirai e di fare penitenza teco». Allora santo Francesco ricevendoli
caritativamente e con benignità, sì li confortò con molti esempi e, rendendoli certi
della misericordia di Dio, promise loro di certo d'accattarla loro da Dio e mostrando loro
la misericordia di Dio essere infinita: «e se noi avessimo infiniti peccati, ancora la
misericordia divina è maggiore ch'e' nostri peccati, secondo il Vangelo, e lo apostolo
santo Paulo disse: Cristo benedetto venne in questo mondo per ricomperare li peccatori.
Per quali parole e simiglianti ammaestramenti, li detti tre ladroni renunziarono al
dimonio e alle sue opere, e santo Francesco li ricevette all'Ordine, e cominciarono a fare
grande penitenza; e due di loro poco vissono dopo la loro conversione e andaronsi a
Paradiso. Ma il terzo sopravvivendo e ripensando alli suoi peccati, si diede a fare tale
penitenza, che per quindici anni continovi, eccetto le quaresime comuni, le quali egli
facea con gli altri frati, d'altro tempo sempre tre dì la settimana digiunava in pane e
in acqua, e andando sempre scalzo e con una sola tonica indosso, e mai non dormia dopo
Mattutino.
Fra questo tempo santo Francesco passò di questa misera vita. E avendo dunque costui per
molti anni continovato cotale penitenza, ecco ch'una notte dopo 'l Mattutino, gli venne
tanta tentazione di sonno, che per nessuno modo egli potea resistere al sonno e vegghiare
come soleva. Finalmente, non potendo egli resistere al sonno né orare, andossene in sul
letto per dormire; e subito com'egli ebbe posto giù il capo, fu ratto e menato in
ispirito in su uno monte altissimo, al quale era una ripa profondissima, e di qua e di là
sassi ispezzati e ischeggiosi e iscogli disuguali ch'uscivano fuori de' sassi; di che
infra questa ripa era pauroso aspetto a riguardare. E l'Agnolo che menava questo frate sì
lo sospinse e gittollo giù per quella ripa; il quale trabalzando e percotendo di scoglio
in iscoglio e di sasso in sasso, alla perfine giunse al fondo di questa ripa, tutto
smembrato e minuzzato, secondo che a lui parea. E giacendosi così male acconcio in terra,
dicea colui che 'l menava: «Lieva su, che ti conviene fare ancora grande viaggio».
Rispuose il frate: «Tu mi pari molto indiscreto e crudele uomo, che mi vedi per morire
della caduta, che m'ha così ispezzato, e dimmi; lieva su!». E l'Agnolo s'accosta a lui e
toccandolo gli salda perfettamente tutti li membri e sanalo. E poi gli mostra una grande
pianura di pietre aguzzate e taglienti, e di spine e di triboli, e dicegli che per tutto
questo piano gli conviene correre e passare a piedi ignudi infino che giunga al fine, nel
quale e' vedea una fornace ardente nella quale gli convenia entrare.
E avendo il frate passato tutta la pianura con grande angoscia e pena, e l'Agnolo gli
dice: «Entra in questa fornace, però che così ti conviene fare». Risponde costui:
«Oime, quanto sei crudele guidatore, che mi vedi esser presso che morto per questa
angosciosa pianura, e ora per riposo mi di' che io entri in questa fornace ardente». E
ragguardando costui, vide intorno alla fornace molti demoni con le forche di ferro in
mano, con le quali costui, perché indugiava d'entrare, sospinsono dentro subitamente.
Entrato che fu nella fornace, ragguarda e vide uno ch'era stato suo compare, il quale
ardeva tutto quanto. E costui il domanda: «O compare sventurato, e come venisti tu
qua?». Ed egli risponde: «Va' un poco più innanzi e troverai la moglie mia, tua comare,
la quale ti dirà la cagione della nostra dannazione». Andando il frate più oltre,
eccoti apparire la detta comare tutta affocata, rinchiusa in una misura di grano tutta di
fuoco; ed egli la domanda: «O comare isventurata e misera, perché venisti tu in così
crudele tormento». Ed ella rispuose: «Imperò che al tempo della grande fame, la quale
santo Francesco predisse dinanzi, il marito mio e io falsavamo il grano e la biada che noi
vendevamo nella misura, e però io ardo stretta in questa misura».
E dette queste parole, l'Agnolo che menava il frate sì lo sospinse fuore della fornace, e
poi gli disse: «Apparecchiati a fare uno orribile viaggio, il quale tu hai a passare». E
costui rammaricandosi dicea: «O durissimo conduttore, il quale non m'hai nessuna
compassione, tu vedi ch'io sono quasi tutto arso in questa fornace, e anche mi vuoi menare
in viaggio pericoloso e orribile?». E allora l'Agnolo il toccò, e fecelo sano e forte;
poi il menò ad uno ponte, il quale non si potea passare sanza grande pericolo, imperò
ch'egli era molto sottile e stretto e molto isdrucciolente e sanza sponde d'allato, e di
sotto passava un fiume terribile, pieno di serpenti e di dragoni e di scarpioni, e gittava
uno grandissimo puzzo. E dissegli l'Agnolo: «Passa questo ponte, e al tutto te lo
conviene passare» Risponde costui: «E come lo potrò io passare, ch'io non caggia in
quello pericoloso fiume?». Dice l'Agnolo: «Vieni dopo me e poni il tuo piè dove tu
vedrai ch'io porrò il mio, e così passerai bene» Passa questo frate dietro all'Agnolo,
come gli avea insegnato, tanto che giunge a mezzo il ponte; ed essendo così in sul mezzo
l'Agnolo si volò via e, partendosi da lui, se ne andò in su uno monte altissimo di là
assai dal ponte. E costui considera bene il luogo dov'era volato l'Agnolo, ma rimanendo
egli sanza guidatore e riguardando in giù vedea quegli animali tanto terribili istare con
li capi fuori dell'acqua e con le bocche aperte, apparecchiati a divorarlo s'e' eadesse;
ed era in tanto tremore, che per nessuno modo non sapea che si fare né che si dire, però
che non potea tornare addietro né andare innanzi.
Onde veggendosi in tanta tribolazione e che non avea altro refugio che solo in Dio, sì si
inchinò e abbracciò il ponte e con tutto il cuore e con lagrime si raccomanda a Dio, che
per la sua santissima misericordia il dovesse soccorrere. E fatta l'orazione, gli parve
cominciare a mettere ale; di che egli con grande allegrezza aspettava ch'elle crescessono
per potere volare di là dal ponte dov'era volato l'Agnolo. Ma dopo alcuno tempo, per la
grande voglia ch'egli avea di passare questo ponte, si mise a volare; e perché l'alie non
gli erano tanto cresciute, egli cadde in sul ponte e le penne gli caddono: di che costui
da capo abbraccia il ponte e come prima raccomandasi a Dio. E fatta l'orazione, e anche
gli parve di mettere ale; ma come in prima non aspettò ch'elle crescessono perfettamente,
onde mettendosi a volare innanzi tempo, ricadde dal capo in sul ponte, e le penne gli
caddono. Per la qual cosa, veggendo che per la fretta ch'egli avea di volare innanzi al
tempo cadeva, così incominciò a dire fra se medesimo: «Per certo che se io metto alie
la terza volta, ch'io aspetterò tanto ch'elle saranno sì grandi ch'io potrò volare
senza ricadere». E stando in questi pensieri, ed egli Si vide la terza volta mettere ali;
e aspetta grande tempo, tanto ch'ell'erano bene grandi; e pareali, per lo primo e secondo
e terzo mettere ali, avere aspettato bene cento cinquanta anni o più. Alla perfine si
lieva questa terza volta, con tutto il suo isforzo a volito, e volò insino al luogo
dov'era volato l'Agnolo.
E bussando alla porta del palagio nel quale egli era, il portinaio il domanda: «Chi se'
tu che se' venuto qua?». Rispuose: «Io son frate Minore». Dice il portinaio:
«Aspettami ch'io sì ci voglio menare santo Francesco a vedere se ti conosce. Andando
colui per santo Francesco, e questi comincia a sguardare le mura maravigliose di questo
palagio; ed eccoti queste mura pareano tanto lucenti e di tanta chiarità, che vedea
chiaramente li cori de' santi e ciò che dentro si faceva. E istando costui istupefatto in
questo ragguardare, ecco venire santo Francesco e frate Bernardo e frate Egidio, e dopo
santo Francesco tanta moltitudine di santi e di sante ch'aveano seguitato la via sua, che
quasi pareano innumerabili. E giugnendo santo Francesco, disse al portinaio: «Lascialo
entrare, imperò ch'egli è de' miei frati».
E sì tosto come e' vi fu entrato, e' sentì tanta consolazione e tanta dolcezza, che egli
dimenticò tutte le tribulazioni ch'avea avute, come mai non fussino state. E allora santo
Francesco menandolo per dentro sì gli mostrò molte cose maravigliose, e poi sì gli
disse: «Figliuolo, e' ti conviene ritornare al mondo e starai sette dì, ne' quali tu sì
ti apparecchi diligentemente con grande divozione, imperò che dopo li sette dì, io
verrò per te, e allora tu ne verrai meco a questo luogo di beati». Ed era santo
Francesco ammantato d'uno mantello maraviglioso, adornato di stelle bellissime, e le sue
cinque stimate erano siccome cinque stelle bellissime e di tanto splendore, che tutto il
palagio alluminavano con li loro raggi. E frate Bernardo avea in capo una corona di stelle
bellissime, e frate Egidio era adornato di maraviglioso lume; e molti altri santi fra' tra
loro conobbe, li quali al mondo non avea mai veduti Licenziato dunque da santo Francesco,
sì si ritornò, benché mal volentieri, a mondo.
Destandosi e ritornando in sé e risentendosi, li frati suonavano a Prima, sicché non era
stato in quella se non da Mattutino a Prima benché a lui fusse paruto istare molti anni.
E recitando al guardiano suo questa visione per ordine, infra li sette dì si incominciò
a febbricitare, e l'ottavo di venne per lui santo Francesco, secondo la promessa, con
grandissima moltitudine di gloriosi santi, e menonne l'anima sua al regno de' beati, a
vita eterna.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTISETTESIMO
Come santo Francesco convertì a Bologna due scolari, e fecionsi frati; e poi all'uno di
loro levò una grande tentazione da dosso.
Giugnendo una volta santo Francesco alla città di Bologna, tutto il popolo della città
correa per vederlo; ed era sì grande la calca della gente, che a grande pena potea
giugnere alla piazza. Ed essendo tutta la piazza piena d'uomini e di donne e di scolari, e
santo Francesco si leva suso nel mezzo del luogo, alto, e comincia a predicare quello che
lo Spirito Santo gli toccava. E predicava sì maravigliosamente, che parea piuttosto che
predicasse Agnolo che uomo, e pareano le sue parole celestiali a modo che saette acute, le
quali trapassavano sì il cuore di coloro che lo udivano, che in quella predica grande
moltitudine di uomini e di donne si convertirono a penitenza.
Fra li quali si furono due nobili studianti della Marca d'Ancona; e l'uno avea nome
Pellegrino e l'altro Rinieri; i quali due per la detta predica toccati nel cuore dalla
divina ispirazione, vennono a santo Francesco, dicendo ch'al tutto voleano abbandonare il
mondo ed essere de' suoi frati. Allora santo Francesco, conoscendo per nvelazione che
costoro erano mandati da Dio e che nello Ordine doveano tenere santa vita e considerando
il loro grande fervore, li ricevette allegramente, dicendo a loro: «Tu, Pellegrino, tieni
nell'Ordine la via dell'umiltà; e tu, frate Rinieri, servi a' frati». E così fu:
imperò che frate Pellegrino mai non volle andare come chierico, ma come laico, benché
fosse molto litterato e grande decretalista; per la quale umiltà pervenne in grande
perfezione di virtù, in tanto che frate Bernardo, primogenito di santo Francesco, disse
di lui ch'egli era uno de' più perfetti frati di questo mondo. E finalmente il detto
frate Pellegrino, pieno di virtù passò di questa vita alla vita beata, con molti
miracoli innanzi alla morte e dopo. E detto frate Rinieri divotamente e fedelmente serviva
a' frati, vivendo in grande santità e umiltà; e diventò molto famigliare di san
Francesco, e molti secreti gli rivelava santo Francesco. Essendo fatto ministro della
Marca d'Ancona, ressela grande tempo in grandissima pace e discrezione.
Dopo alcuno tempo, Iddio gli permise una grandissima tentazione nell'anima sua; di che
egli tribolato e angosciato, fortemente s'affligea con digiuni, con discipline e con
lagrime e orazioni il dì e la notte, e non potea però cacciare quella tentazione; ma
ispesse volte era in grande disperazione, imperò che per essa si riputava abbandonato da
Dio. Istando in questa disperazione, per ultimo rimedio si determinò d'andare a santo
Francesco, pensando così: Se santo Francesco mi mostrerà buono viso, e mostrerammi
famigliarità, sì come si suole, io credo che Iddio m'averà ancor pietà, ma se non,
sarà segnale ch'io sarò abbandonato da Dio». Muovesi adunque costui e va a santo
Francesco.
Il quale in quel tempo era nel pelagio del vescovo d'Ascesi, gravemente infermo; e Iddio
gli rivelò tutto il modo della tentazione e della disperazione del detto frate Rinieri e
'l suo proponimento e 'l suo venire. E immantanente santo Francesco chiama frate Lione e
frate Masseo, e dice loro: «Andate tosto incontro al mio figliuolo carissimo frate
Rinieri, e abbracciatelo da mia parte, e salutatelo e ditegli che tra tutti i frati che
sono nel mondo io amo lui singolarmente». Vanno costoro e trovano per la via frate
Rinieri e abbraccianlo, dicendogli ciò che santo Francesco aveva loro imposto. Onde tanta
consolazione e dolcezza gli fu nell'anima, che quasi egli usci di sé; e ringraziando
Iddio con tutto il cuore, andò e giunse al luogo dove santo Francesco giaceva infermo. E
benché santo Francesco fusse gravemente infermo, nientedimeno sentendo venire frate
Rinieri si levò e feceglisi incontro e abbracciollo dolcissimamente e sì gli disse:
«Figliuolo mio carissimo, frate Rinieri, tra tutti i frati che sono nel mondo io amo te
singularmente». E detto questo, gli fece il segno della santissima croce nella sua fronte
e ivi il baciò e poi gli disse: «Figliuolo carissimo, questa tentazione t'ha permesso
Iddio per tuo grande guadagno di merito; ma se tu non vuogli più questo guadagno, non
l'abbi». E maravigliosa cosa! sì tosto come santo Francesco ebbe dette queste parole,
subitamente si partì da lui ogni tentazione, come se mai in vita sua non l'avesse
sentita, e rimase tutto consolato.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTOTTESIMO
D'uno rapimento che venne a frate Bernardo, ond'egli stette dalla mattina insino a nona
ch'egli non si sentì
Quanta grazia Iddio facea ispesse volte a' poveri evangelici i quali abbandonavano il
mondo per lo amore di Cristo, si dimostrò in frate Bernardo da Quintavalle, il quale, poi
ch'ebbe preso l'abito di santo Francesco, sì era ratto ispessissime volte in Dio per
contemplazione delle cose celestiali. Tra l'altre avvenne che una volta, essendo egli in
chiesa ad udire la messa e stando con tutta la mente sospesa in Dio, diventò si assorto e
ratto in contemplazione che, levandosi il Corpo di Cristo, non se ne avvide niente, né si
inginocchiò, né si trasse il cappuccio, come facevano gli altri che v'erano, ma senza
battere gli occhi, così fisso guatando, stette, dalla mattina insino a nona insensibile.
E dopo nona ritornando in sé, sì andava per lo luogo gridando con voce ammirativa: «O
frati! o frati! o frati! non è uomo in questa contrada sì grande né sì nobile, al
quale si gli fosse promesso uno palagio bellissimo pieno d'oro, non gli fosse agevole di
portare un sacco pieno di letame per guadagnare quello tesoro così nobile».
A questo tesoro celestiale, promesso agli amadori di Dio, fu frate Bernardo predetto sì
elevato con la mente, che per quindici anni continovi sempre andò con la mente e con la
faccia levata in cielo. E in quel tempo mai non si tolse fame alla mensa, benché
mangiasse, di ciò che gli era posto innanzi, un poco; imperò ch'e' dicea che di quello
che l'uomo non gusta, non fa perfetta astinenza ma la vera astinenza è temperarsi dalle
cose che sanno buone alla bocca. E con questo venne ancora a tanta chiarità e lume
d'intelligenza, che eziandio li grandi chierici ricorreano a lui per soluzioni di
fortissime quistioni e di malagevoli passi della Scrittura; ed egli d'ogni difficoltà li
dichiarava.
E imperò che la mente sua sì era al tutto sciolta e astratta delle cose terrene, egli a
modo di rondine volava molto in alto per contemplazlone; onde alcuna volta venti dì, e
alcuna volta trenta dì si stava solo in sulle cime de' monti altissimi contemplando le
cose celestiali. Per la qual cosa diceva di lui frate Egidio che non era dato agli altri
uomini questo dono ch'era dato a frate Bernardo di Quintavalle, cioè che volando si
pascesse come la rondine. E per questa eccellente grazia ch'egli avea da Dio, santo
Francesco volentieri e spesse volte sì parlava con lui di dì e di notte; onde alcuna
volta furono trovati insieme, per tutta la notte, ratti in Dio nella selva, ove s'erano
amendue raccolti a parlare con Dio.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTINOVESIMO
Come il demonio in forma di Crocifisso apparve più volte a frate Ruffino, dicendogli che
perdea il bene che facea, però ch'egli non era degli eletti di vita eterna.
Di che santo Francesco per rivelazione di Dio li seppe, e fece riconoscere a frate Ruffino
il suo errore e ch'egli avea creduto.
Frate Ruffino, uno de' più nobili uomini d'Ascesi, compagno di santo Francesco, uomo di
grande santità, fu uno tempo fortissimamente combattuto e tentato nell'anima dallo
demonio della predestinazione, di che egli stava tutto malinconioso e tristo; imperò che
l'demonio gli metteva pure in cuore ch'egli era dannato, e non era delli predestinati a
vita eterna, e che sì perdeva ciò ch'egli faceva nell'Ordine. E durando questa
tentazione più e più dì ed egli per vergogna non rivelandolo a santo Francesco,
nientedimeno egli non lasciava l'orazioni e le astinenze usate; di che il nimico gli
cominciò aggiugnere tristizia sopra tristizia; oltra alla battaglia dentro, di fuori
combattendolo anche con false apparizioni
Onde una volta gli apparve in forma di Crocifisso e dissegli: «O frate Ruffino, perché
t'affliggi in penitenza e in orazione, con ciò sia cosa che tu non sia delli predestinati
a vita eterna? E credimi, che io so ciò io ho eletto e predestinato, e non credere al
figliuolo di Pietro Bernardoni, s'egli ti dicesse il contrario, e anche non lo domandare
di cotesta materia, però che né egli né altri il sa, se non io che sono figliuolo di
Dio; e però credimi per certo che tu se' del numero delli dannati; e 'l figliuolo di
Pietro Bernardoni, tuo padre, e anche il padre suo sono dannati, e chiunque il seguita è
ingannato». E dette queste parole, frate Ruffino comincia a essere sì ottenebrato dal
principe delle tenebre, che già perdeva ogni fede e amore ch'egli avea avuto a santo
Francesco, e non si curava di dirgliene nulla.
Ma quello ch'al padre santo non disse frate Ruffino, rivelò lo Spirito Santo. Onde
veggendo in ispirito santo Francesco tanto pericolo del detto frate, mandò frate Masseo
per lui, al quale frate Ruffino rispuose rimbrottando: «Che ho io a fare con frate
Francesco?». E allora frate Masseo tutto ripieno di sapienza divina, conoscendo la
fallanza del dimonio, disse: «O frate Ruffino, non sai tu che frate Francesco è come uno
agnolo di Dio, il quale ha illuminate tante anime nel mondo e dal quale noi abbiamo avuto
la grazia di Dio? Ond'io voglio ch'a ogni partito tu venga con meco a lui, imperò ch'io
ti veggio chiaramente esser ingannato dal dimonio». E detto questo, frate Ruffino si
mosse e andò a santo Francesco.
E veggendolo dalla lunga santo Francesco venire, cominciò a gridare: «O frate Ruffino
cattivello, a cui hai tu creduto?». E giugnendo a lui frate Ruffino, egli sì gli disse
per ordine tutta la tentazione ch'egli avea avuta dal demonio dentro e di fuori, e
mostrandogli chiaramente che colui che gli era apparito era il demonio e non Cristo, e che
per nessuno modo ei dovea acconsentire alle suggestioni: «ma quando il demonio ti dicesse
più: Tu se' dannato, si gli rispondi: Apri la bocca; mo' vi ti caco. E questo ti sia
segnale, ch'egli è il demonio e non Cristo, ché dato tu gli arai tale risposta,
immantanente fuggirà. Anche a questo cotale dovevi tu ancora conoscere ch'egli era il
demonio, imperò che t'indurò il cuore a ogni bene; la qual cosa è proprio suo ufficio:
ma Cristo benedetto non indura mai il cuore dell'uomo fedele, anzi l'ammorbida secondo che
dice per la bocca del profeta: lo vi torrò il cuore di pietra e darovvi il cuore di
carne». Allora frate Ruffino, veggendo che frate Francesco gli diceva per ordine tutt'l
modo della sua tentazione, compunto per le sue parole, cominciò a lagrimare
fortissimamente e adorare santo Francesco e umilemente riconoscere la colpa sua in avergli
celato la sua tentazione. E così rimase tutto consolato e confortato per gli ammonimenti
del padre santo e tutto mutato in meglio. Poi finalmente gli disse santo Francesco: «Va'
figliuolo, e confessati e non lasciare lo studio della orazione usata, e sappi per certo
che questa tentazione ti sarà grande utilità e consolazione, e in breve il proverai».
Tornasi frate Ruffino alla cella sua nella selva, e standosi con molte lagrime in
orazione, eccoti venire il nemico in persona di Cristo, secondo l'apparenza di fuori, e
dicegli: «O frate Ruffino, non t'ho io detto che tu non gli creda al figliuolo di Pietro
Bernardoni, e che tu non ti affatichi in lagrime e in orazioni, però che tu se' dannato?
Che ti giova affligerti mentre tu se' vivo, e poi quando tu morrai sarai dannato?». E
subitamente frate Ruffino risponde: «Apri la bocca; mo' vi ti caco». Di che il demonio
isdegnato, immantanente si partì con tanta tempesta e commozione di pietre di monte
Subasio ch'era in alto, che per grande spazio bastò il rovinio delle pietre che caddono
giuso; ed era sì grande il percuotere che faceano insieme nel rotolare, che sfavillavano
fuoco orribile per la valle; e al romore terribile ch'elle faceano, santo Francesco con li
compagni con grande ammirazione uscirono fuori del luogo a vedere che novità fosse
quella; e ancora vi si vede quella ruina grandissima di pietre. Allora frate Ruffino
manifestamente s'avvide che colui era stato il demonio, il quale l'avea ingannato. E
tornato a santo Francesco anche da capo, si gitta in terra e riconosce la colpa sua. Santo
Francesco il riconforta con dolci parole e mandanelo tutto consolato alla cella, nella
quale standos'egli in orazione divotissimamente, Cristo benedetto gli apparve, e tutta
l'anima sua gli riscaldò del divino amore, e disse: «Bene facesti, figliuolo che
credesti a frate Francesco, però che colui che ti aveva contristato era il demonio. ma io
sono Cristo tuo maestro, e per rendertene ben certo io ti do questo segnale, che mentre
che tu viverai, non sentirai mai tristizia veruna né malinconia». E detto questo, si
partì Cristo, lasciandolo con tanta allegrezza e dolcezza di spirito ed allevazione di
mente, che 'l di e la notte era assorto e ratto in Dio
e d'allora innanzi fu sì confermato in grazia e in sicurtà della sua salute, che tutto
diventò mutato in altro uomo, e sarebbesi stato il dì e la notte in orazione a
contemplare le cose divine s'altri l'avesse lasciato stare. Onde dicea santo Francesco di
lui, che frate Ruffino era in questa vita canonizzato da Cristo, e che, fuori che dinanzi
da lui, egli non dubiterebbe di dire santo Ruffino, benché fusse ancora vivo in terra.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTESIMO
Della bella predica che feceno in Ascesi santo Francesco e frate Ruffino, quando eglino
predicarono ignudi.
Era il detto frate Ruffino, per continova contemplazione, sì assorto in Dio, che quasi
insensibile e mutolo diventò, radissime volte parlava, e appresso non aveva la grazia né
lo ardire né la facundia del predicare. E nientedimeno santo Francesco gli comandò una
volta che egli andasse a Sciesi, e predicasse al popolo ciò che Iddio gli spirasse. Di
che Frate Ruffino rispuose: «Padre reverendo, io ti priego che tu mi perdoni e non mi
mandi; imperò che, come tu sai lo non ho la grazia del predicare e sono semplice e
idiota» E allora disse santo Francesco: «Però che tu non hai ubbidito prestamente ti
comando per santa obbidienza che ignudo come nascesti, colle sole brache, tu vada a
Sciesi, ed entri in una chiesa così ignudo e predichi al popolo». A questo comandamento
il detto frate Ruffino si spoglia, e vanne a Sciesi, ed entra in una chiesa, e fatta la
riverenza allo altare, salette in sul pergamo e comincia a predicare. Della qual cosa li
fanciulli e gli uomini cominciarono a ridere e diceano: «Or ecco che costoro fanno tanta
penitenza, che diventano istolti e fuori di sé».
In questo mezzo santo Francesco, ripensando della pronta obbedienza di frate Ruffino, il
quale era dei più gentili uomini d'Ascesi, ed al comandamento duro che gli avea fatto,
cominciò a riprendere se medesimo dicendo: «Onde a te tanta prosunzione, figliuolo di
Pietro Bernardoni, vile omicciuolo, a comandare a frate Ruffino, il quale è de' più
gentili uomini d'Ascesi, che vada ignudo a predicare al popolo siccome pazzo? Per Dio, che
tu proverai in te quello che tu comandi ad altri». E di subito in fervore di spirito si
spoglia egli ignudo simigliantemente e vassene ad Ascesi, e mena seco frate Leone, che
recasse l'abito suo e quello di frate Ruffino. E veggendolo similemente gli Ascesani, sì
lo ischernirono, riputando ch'egli e frate Ruffino fussono impazzati per la troppa
penitenza. Entra santo Francesco nella chiesa dove frate Ruffino predicava queste parole:
«Carissimi, fuggite il mondo e lasciate il peccato; rendete l'altrui, se voi volete
schifare lo 'nferno; servate li comandamenti di Dio, amando Iddio e 'l prossimo, se voi
volete andare al cielo; fate penitenza, se voi volete possedere il reame del cielo» E
allora santo Francesco monta in sul pergamo, ignudo, e cominciò a predicare così
maravigliosamente dello dispregio del mondo, della penitenza santa, della povertà
volontaria, del desiderio del reame celestiale e della ignudità e obbrobrio della
passione del nostro Signore Gesù Cristo, che tutti quelli ch'erano alla predica, maschi e
femmine in grande moltitudine, cominciarono a piagnere fortissimamente con mirabile
divozione e compunzione di cuore; e non solamente ivi, ma per tutto Ascesi fu in quel dì
tanto pianto della passione di Cristo, che mai non v'era stato somigliante.
E così edificato e consolato il popolo dello atto di santo Francesco e di frate Ruffino,
santo Francesco rivestì frate Ruffino e sé, e così rivestiti si ritornarono al luogo
della Porziuncola, lodando e glorificando Iddio ch'aveva loro data grazia di vincere se
medesimi per dispregio di sé e edificare le pecorelle di Cristo con buono esempio, e
dimostrare quanto è da dispregiare il mondo. E in quel dì crebbe tanto la divozione del
popolo inverso di loro, che beato si reputava chi potea toccare loro l'orlo dell'abito.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTUNESIMO
Come santo Francesco conosceva li segreti delle coscienze di tutti i suoi frati
ordinatamente.
Siccome il nostro Signore Gesù Cristo dice nell'Evangelico: lo conosco le mie pecorelle
ed elleno conoscono me ecc.; così il beato padre santo Francesco, come buono pastore,
tutti li meriti e le virtù delli suoi compagni, per divina rivelazione sapea, e così
conoscea i loro difetti; per la qual cosa egli sapea a tutti provvedere d'ottimo rimedio,
cioè umiliando li superbi, esaltando gli umili, vituperando i vizi e laudando le virtù;
siccome si legge nelle mirabili rivelazioni le quali egli avea di quella sua famiglia
primitiva.
Fra le quali si truova ch'una volta, essendo santo Francesco con la detta famiglia in uno
luogo in ragionamento di Dio, e frate Ruffino non essendo con loro in quello ragionamento
ma era nella selva in contemplazione, procedendo in quello ragionare di Dio ecco frate
Ruffino esce della selva e passò alquanto di lungi a costoro. Allora santo Francesco,
veggendolo, si rivolse alli compagni e domandolli dicendo: «Ditemi, quale credete voi che
sia la più santa anima, la quale Iddio abbia nel mondo?». E rispondendogli costoro,
dissono che credeano che fusse la sua. E santo Francesco disse loro: «Carissimi frati, i'
sono da me il più indegno e il più vile uomo che Iddio abbia in questo mondo ma vedete
voi quel frate Ruffino il quale esce ora della selva? Iddio m'ha rivelato che l'anima sua
è l'una delle tre più sante anime del mondo, e fermamente io vi dico che io non
dubiterei di chiamarlo santo Ruffino in vita sua, con ciò sia cosa che l'anima sua sia
confermata in grazia e santificata e canonizzata in cielo dal nostro Signore Gesù
Cristo» E queste parole non diceva mai santo Francesco in presenza del detto frate
Ruffino.
Similemente, come santo Francesco conoscesse li difetti de' frati suoi, sì si comprendé
chiaramente in frate Elia, il quale spesse volte riprendea della sua superbia; e in frate
Giovanni della Cappella al quale egli predisse che si dovea impiccare per la gola se
medesimo e in quello frate al quale il demonio tenea stretta la gola quando era corretto
della sua disubbidienza; e in molti altri frati, i cui difetti segreti e le virtù
chiaramente conosceva per rivelazione di Cristo.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTADUESIMO
Come frate Masseo impetrò da Cristo la virtù della santa umiltà.
I primi compagni di santo Francesco con tutto isforzo s'ingegnavano d'essere poveri delle
cose terrene e ricchi di virtù, per le quali si perviene alle vere ricchezze celestiali
ed eterne
Addivenne un dì che, essendo eglino raccolti insieme a parlare di Dio, l'uno di loro
disse quest'esempio: «È fu uno il quale era grande amico di Dio, e avea grande grazia di
vita attiva e di vita contemplativa, e con questo avea sì eccessiva umiltà ch'egli si
riputava grandissimo peccatore: la quale umiltà il santificava e confermava in grazia e
facevalo continuamente crescere in virtù e doni di Dio, e mai non lo lasciava cadere in
peccato». Udendo frate Masseo così maravigliose cose della umiltà e conoscendo ch'ella
era un tesoro di vita eterna, cominciò ad essere sì infiammato d'amore e di desiderio di
questa virtù della umiltà, che in grande fervore levando la faccia in cielo, fece voto e
proponimento fermissimo di non si rallegrare mai in questo mondo, insino a tanto che la
detta virtù sentisse perfettamente nell'anima sua. E d'allora innanzi si stava quasi di
continuo rinchiuso in cella, macerandosi con digiuni, vigilie, orazioni, e pianti
grandissimi dinanzi a Dio, per impetrare da lui questa virtù, sanza la quale egli si
reputava degno dello inferno e della quale quello amico di Dio, ch'egli avea udito, era
così dotato.
E standosi frate Masseo per molti dì in questo disiderio, addivenne ch'un dì egli entrò
nella selva e in fervore di spirito andava per essa gittando lagrime, sospiri e voci,
domandando con fervente desiderio a Dio questa virtù divina. E però che Iddio esaudisce
volentieri le orazioni degli umili e contriti, istando così frate Masseo, venne una voce
dal cielo la quale il chiamò due volte: «Frate Masseo, frate Masseo!». Ed egli
conoscendo per ispirito che quella era voce di Cristo, sì rispuose: «Signore mio!». E
Cristo a lui: «E che vuoi tu dare per avere questa grazia che tu domandi.». Risponde
frate Masseo: «Signore, voglio dare gli occhi del capo mio». E Cristo a lui: «E io
voglio che tu abbi la grazia e anche gli occhi». E detto questo, la voce disparve; e
frate Masseo rimase pieno di tanta grazia della disiderata virtù della umiltà e del lume
di Dio, che d'allora innanzi egli era sempre in giubilo; e spesse volte quand'egli orava,
faceva sempre un giubilo informe e con suono a modo di colomba ottuso: U U U, e con faccia
lieta e cuore giocondo istava così in contemplazione. E con questo, essendo divenuto
umilissimo, si riputava minore di tutti gli uomini del mondo.
Domandato da frate Iacopo da Fallerone, perché nel suo giubilo egli non mutava verso,
rispuose con grande letizia che, quando in una cosa si truova ogni bene, non bisogna
mutare verso.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTATREESIMO
Come santa Chiara, per comandamento del Papa, benedisse il pane il quale era in tavola; di
che in ogni pane apparve il segno della santa croce.
Santa Chiara, divotissima discepola della croce di Cristo e nobile pianta di messer santo
Francesco, era di tanta santità che non solamente i Vescovi e' Cardinali, ma eziandio il
Papa disiderava con grande affetto di vederla e di udirla e ispesse volte la visitava
personalmente.
Infra l'altre volte andò il Padre santo una volta al munistero a lei per udirla parlare
delle cose celestiali e divine; ed essendo così insieme in diversi ragionamenti, santa
Chiara fece intanto apparecchiare le mense e porvi suso il pane, acciò che il Padre santo
il benedicesse. Onde, compiuto il ragionamento ispirituale, santa Chiara inginocchiandosi
con grande reverenza sì lo priega che gli piaccia benedire il pane posto a mensa.
Risponde il santo Padre:«Suora Chiara fedelissima, io voglio che tu benedica cotesto pane
tu e faccia sopra ad essi il segno della santissima croce di Cristo, al quale tu ti se'
tutta data». E santa Chiara dice: «Santissimo Padre, perdonatemi, ch'io sarei degna di
troppo grande riprensione, se innanzi al Vicario di Cristo io, che sono una vile
femminella, presumessi di fare cotale benedizione». E 'l Papa rispuose: «Acciò che
questo non sia imputato a presunzione, ma a merito d'ubbidienza, io ti comando per santa
obbidienza che sopra questo pane tu faccia il segno della santissima croce e benedicalo
nel nome di Dio». Allora santa Chiara, siccome vera figliuola della obbidienza, que' pani
divotissimamente benedisse col segno della santissima croce di Cristo. Mirabile cosa!
subitamente in tutti quelli pani apparve il segno della croce intagliato bellissimo. E
allora di que' pani parte ne fu mangiato e parte per lo miracolo riserbati. E il Padre
santo veduto ch'ebbe il miracolo, prendendo del detto pane e ringraziando Iddio si partì,
lasciando santa Chiara colla sua benedizione.
In quel tempo dimorava in quel monastero suora Ortulana madre di santa Chiara, e suora
Agnese sua sirocchia, amendue insieme con santa Chiara piene di virtù e di Spirito Santo,
e con molte altre sante monache. Alle quali santo Francesco mandava di molti infermi; ed
elleno con le loro orazioni e col segno della santissima croce a tutti rendevano sanità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTAQUATTRESIMO
Come santo Lodovico re di Francia personalmente, in forma di pellegrino, andò a Perugia a
visitare il santo frate Egidio.
Andò santo Lodovico re di Francia in peregrinaggio a visitare li Santuari per lo mondo, e
udendo la fama grandissima della santità. di frate Egidio, il quale era stato de' primi
compagni di santo Francesco, si puose in cuore e diterminò al tutto di visitarlo
personalmente. Per la qual cosa egli venne a Perugia, ove dimorava allora il detto frate
Egidio.
E giugnendo alla porta del luogo de' frati, come un povero pellegrino e sconosciuto, con
pochi compagni, domanda con grande istanza frate Egidio, non dicendo niente al portinaio
chi egli fussi che 'l domandava. Va adunque il portinaio a frate Egidio e dice che alla
porta è uno pellegrino che n'addimanda, e da Dio gli fu ispirato e rivelato in ispirito
ch'egli era il re di Francia; di che subitamente con grande fervore esce di cella e corre
alla porta, e senza altro domandare, o che mai eglino s'avessino veduti, insieme con
grandissima divozione inginocchiandosi, s'abbracciarono insieme e baciaronsi con tanta
dimestichezza, come se per lungo tempo avessino tenuta grande amistà insieme, ma per
tutto questo non parlavano nulla l'uno all'altro, ma stavano così abbracciati con quelli
segni d'amore caritativo in silenzio. Ed istati che furono per grande spazio nel detto
modo senza dirsi parola insieme, si partirono l'uno dall'altro; e santo Lodovico se
n'andò al suo viaggio, e frate Egidio si tornò alla cella.
Partendosi il re, un frate domandò alcuno de' suoi compagni chi era colui che s'era
cotanto abbracciato con santo Egidio; e colui rispuose ch'egli era Lodovico re di Francia,
lo quale era venuto per vedere frate Egidio. Di che dicendolo costui agli altri frati,
eglino n'ebbono grandissima malinconia che frate Egidio non gli avea parlato parola; e
rammaricandosene, sì gli dissono: «O frate Egidio, perché se' tu stato tanto villano,
che uno così fatto re, il quale è venuto di Francia per vederti e per udire da te
qualche buona parola, e tu non gli hai parlato niente?». Rispuose frate Egidio: «O
carissimi frati, non vi maravigliate di ciò; imperò che né egli a me né io a lui pote'
dire parola, però che sì tosto come noi ci abbracciammo insieme, la luce della divina
sapienza rivelò e manifestò a me il cuore suo e a lui il mio; e così per divina
operazione ragguardandoci ne' cuori, ciò ch'io volea dire a lui ed egli a me troppo
meglio conoscemmo che se noi ci avessimo parlato con la bocca, e con maggiore
consolazione, e se noi avessimo voluto esplicare con voce quello che noi sentivamo nel
cuore, per lo difetto della lingua umana, la quale non può chiaramente esprimere li
misteri segreti di Dio, ci sarebbe stato piuttosto a sconsolazione che a consolazione. E
però sappiate di certo che il re si partì mirabilmente consolato».
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTACINQUESIMO
Come essendo inferma santa Chiara, fu miracolosamente portata la notte della pasqua di
Natale alla chiesa di santo Francesco, ed ivi udì l'ufficio.
Essendo una volta santa Chiara gravemente inferma, sicché ella non potea punto andare a
dire l'ufficio in chiesa con l'altre monache, vegnendo la solennità della natività di
Cristo, tutte l'altre andarono al mattutino; ed ella si rimase nel letto, mal contenta
ch'ella insieme con l'altre non potea andare ad avere quella consolazione ispirituale. Ma
Gesù Cristo suo sposo, non volendola lasciare così sconsolata, sì la fece
miracolosamente portare alla chiesa di santo Francesco ed essere a tutto l'ufficio del
mattutino e della messa della notte, e oltre a questo ricevere la santa comunione, e poi
riportarla al letto suo.
Tornando le monache a santa Chiara, compiuto l'ufficio in santo Damiano, sì le dissono:
«O madre nostra suora Chiara, come grande consolazione abbiamo avuta in questa santa
natività! Or fusse piaciuto a Dio, che voi fossi stata con noi!». E santa Chiara
risponde: «Grazie e laude ne rendo al nostro Signore Gesù Cristo benedetto, sirocchie
mie e figliuole carissime, imperò che ad ogni solennità di questa santa notte, e
maggiori che voi non siate state, sono stata io con molta consolazione dell'anima mia;
però che, per procurazione del padre mio santo Francesco e per la grazia del nostro
Signore Gesù Cristo, io sono stata presente nella chiesa del venerabile padre mio santo
Francesco, e con li miei orecchi corporali e mentali ho udito tutto l'ufficio e il sonare
degli organi ch'ivi s'è fatto, ed ivi medesimo ho presa la santissima comunione. Onde di
tanta grazia a me fatta rallegratevi e ringraziate Iddio».
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTASEIESIMO
Come santo Francesco dispuose a frate Lione una bella visione ch'avea veduta.
Una volta che santo Francesco era gravemente infermo e frate Lione gli servia, il detto
frate Lione, stando in orazione presso a santo Francesco, fu ratto in estasi e menato in
ispirito ad uno fiume grandissimo, largo e impetuoso. E istando egli a guatare chi
passava, egli vide alquanti frati incaricati entrare in questo fiume, li quali subitamente
erano abbattuti dallo empito del fiume ed affogavano, alquanti altri s'andavano insino al
terzo del fiume, alquanti insino al mezzo del fiume, alquanti insino appresso alla proda,
i quali tutti, per l'empito del fiume e per li pesi che portavano addosso, finalmente
cadevano e annegavano. Veggendo ciò, frate Lione avea loro grandissima compassione; e
subitamente, stando così, eccoti venire una grande moltitudine di frati e sanza nessuno
incarico o peso di cosa nessuna, ne' quali rilucea la santa povertà ed entrano in questo
fiume e passano di là sanza nessun pericolo. E veduto questo, frate Lione ritornò in
sé.
E allora santo Francesco, sentendo in ispirito che frate Lione avea veduta alcuna visione,
sì lo chiamò a sé e domandollo di quello ch'egli avea veduto; e detto che gli ebbe
frate Lione predetto tutta la visione per ordine, disse santo Francesco: «Ciò che tu hai
veduto è vero. Il grande fiume è questo mondo, i frati ch'affogavano nel fiume sì son
quelli che non seguitano la evangelica professione e spezialmente quanto all'altissima
povertà, ma coloro che sanza pericolo passavano, sono que' frati li quali nessuna cosa
terrena né carnale cercano né posseggono in questo mondo, ma avendo solamente il
temperato vivere e vestire, sono contenti seguitando Cristo ignudo in croce, e il peso e
il giogo soave di Cristo e della santissima obbidienza portano allegramente e volentieri;
e però agevolmente della vita temporale passano a vita eterna»
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTASETTESIMO
Come Gesù Cristo benedetto, a priego di santo Francesco, fece convertire uno ricco e
gentile cavaliere e farsi frate, il quale avea fatto grande onore e profferta a santo
Francesco.
Santo Francesco servo di Cristo, giugnendo una sera al tardi a casa d'un grande gentile
uomo e potente, fu da lui ricevuto ad albergo, egli e 'l compagno, come agnoli di Dio, con
grandissima cortesia e divozione. Per la qual cosa santo Francesco gli puose grande amore,
considerando che nello entrare della casa egli sì lo avea abbracciato e baciato
amichevolmente, e poi gli avea lavati i piedi e rasciutti e baciati umilemente, e racceso
un grande fuoco e apparecchiata la mensa di molti buoni cibi, e mentre costui manglava,
con allegra faccia serviva continovamente. Or, mangiato ch'ebbe santo Francesco e 'l
compagno, sì disse questo gentile uomo: «Ecco, padre mio, io vi proffero me e le mie
cose, quandunque avete bisogno di tonica o di mantello o di cosa veruna, comperate e io
pagherò; e vedete che io sono apparecchiato di provvedervi in tutti i vostri bisogni,
però che per la grazia di Dio io posso, con ciò sia così che io abbondi in ogni bene
temporale, e però per amore di Dio, che me l'ha dato, io ne fo volentieri beni alli
poveri suoi».
Di che veggendo santo Francesco tanta cortesia e amorevolezza in lui e le larghe
profferte, concedettegli tanto amore, che poi partendosi egli andava dicendo col compagno
suo: «Veramente questo gentile uomo sarebbe buono per la nostra religione e compagnia, il
quale è così grato e conoscente inverso Iddio e così amorevole e cortese allo prossimo
e alli poveri. Sappi, frate carissimo, che la cortesia è una delle proprietà di Dio, il
quale dà il suo sole e la sua piova alli giusti e agli ingiusti per cortesia; e la
cortesia si è sirocchia della carità, la quale spegne l'odio e conserva l'amore. E
perché io ho conosciuto in questo buono uomo tanta virtù divina, volentieri lo vorrei
per compagno; e però io voglio che noi torniamo un dì a lui, se forse Iddio gli toccasse
il cuore a volersi accompagnare con noi nel servigio di Dio; e in questo mezzo noi
pregheremo Iddio che gli metta in cuore questo desiderio e diagli grazia di metterlo in
effetto». Mirabile cosa! ivi a pochi dì, fatto ch'ebbe santo Francesco l'orazione, Iddio
mise questo desiderio nel cuore di questo gentile uomo; e disse santo Francesco al
compagno: «Andiamo, fratello mio, all'uomo cortese, imperò ch'io ho certa speranza in
Dio ch'egli con la cortesia delle cose temporali, donerà se medesimo e sarà nostro
compagno». E andarono.
Vegnendo appresso alla casa sua, disse santo Francesco al compagno: «Aspettami un poco,
imperò che io voglio in prima pregare a Dio che faccia prospero il nostro cammino, che la
nobile preda, la quale noi pensiamo di torre al mondo, piaccia a Cristo di concedere a noi
poverelli e deboli, per la virtù della sua santissima passione». E detto questo, si
puose in orazione in luogo ch'e' poteva essere veduto dal detto uomo cortese; onde, come
piacque a Dio, guatando colui in là e in qua, ebbe veduto santo Francesco stare in
orazione divotissimamente dinanzi a Cristo, il quale con grande chiarità gli era apparito
nella detta orazione e stava dinanzi a lui; e in questo istare così, vedea santo
Francesco essere per buono spazio levato da terra corporalmente. Per la qual cosa egli fu
sì toccato da Dio e ispirato a lasciare il mondo, che di presente egli uscì fuori dal
palagio suo e in fervore di spirito corre verso santo Francesco, e giugnendo a lui, il
quale stava in orazione, gli si inginocchiò a' piedi e con grandissima istanza e
divozione il pregò che gli piacesse di riceverlo e fare penitenza insieme con seco.
Allora santo Francesco, veggendo che la sua orazione era esaudita da Dio - e che quello
ch'e' disiderava, quello gentile uomo addomandava con grande istanza, lievasi suso in
fervore e in letizia di spirito e abbraccia e bacia costui, divotissimamente ringraziando
Iddio, il quale uno così fatto cavaliere avea accresciuto alla sua compagnia. E dicea
quello gentile uomo a santo Francesco: «Che comandi tu, che io faccia, padre mio? Ecco
ch'io sono apparecchiato al tuo comandamento, dare a' poveri ciò ch'io posseggo, e teco
seguitare Cristo, così iscaricato d'ogni cosa temporale».
E così fece, secondo il consiglio di santo Francesco, ch'egli distribuì il suo a' poveri
ed entrò nell'Ordine, e vivette in grande penitenza e santità di vita e conversazione
onesta.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTOTTESIMO
Come santo Francesco conobbe in ispirito che frate Elia era dannato e dovea morire fuori
dell'Ordine; il perché a' prieghi di frate Elia fece orazione a Cristo per lui e fu
esaudito.
Dimorando una volta in un luogo insieme di famiglia santo Francesco e frat'Elia, fu
rivelato da Dio a santo Francesco che frate Elia era dannato e dovea apostolare
dall'Ordine e finalmente morire fuori dell'Ordine. Per la qual cosa santo Francesco
concepette una cotale displicenza inverso di lui, in tanto che non gli parlava né
conversava con lui; e se avvenia alcuna volta che frate Elia andasse inverso di lui egli
torcea la via e andava dall'altra parte per non si scontrare con lui. Di che frate Elia si
cominciò ad avvedere e comprendere che santo Francesco avea dispiacere di lui; onde
volendo sapere la cagione, un di s'accostò a santo Francesco per parlargli; e ischifando
santo Francesco, frate Elia sì lo ritenne cortesemente per forza e cominciollo a pregare
discretamente che gli piacesse di significargli la cagione per la quale egli ischifava
così la sua compagnia e 'l parlare con seco. E santo Francesco gli risponde: «La cagione
si è questa, imperò che a me è suto rivelato da Dio che tu per li tuoi peccati
apostaterai dell'Ordine e morrai fuori dell'Ordine, e anche m'ha Iddio rivelato che tu sei
dannato». Udendo questo, frate Elia si dice così: «Padre mio reverendo, io ti priego
per lo amore di Cristo, che per questo tu non mi ischifi né iscacci da te; ma come buono
pastore, ad esempio di Cristo, ritruova e ricevi la pecora che perisce, se tu non l'aiuti;
e priega Iddio per me che, se può essere, e' rivochi la sentenza della mia dannazione;
imperò che si truova scritto che Iddio sa mutare la sentenza, se il peccatore ammenda il
suo peccato; e io ho tanta fede nelle tue orazioni, che se io fossi nel mezzo dello
inferno, e tu facessi per me orazione a Dio, io sentirei alcun rifrigerio; onde ancora io
ti priego che me peccatore tu raccomandi a Dio, il quale si venne per salvare i peccatori,
che mi riceva alla sua misericordia». E questo dicea frate Elia con grande divozione e
lagrime; di che santo Francesco come pietoso padre, gli promise di pregare Iddio per lui;
e così fece.
E pregando Iddio divotissimamente per lui, intese per rivelazione che la sua orazione era
da Dio esaudita quanto alla revocazione della sentenza della dannazione di frate Elia, che
finalmente l'anima sua non sarebbe dannata, ma che per certo egli s'uscirebbe dell'Ordine
e fuori dell'Ordine morrebbe. E così addivenne; imperò che, ribellandosi dalla Chiesa
Federigo re di Cicilia ed essendo iscomunicato dal Papa egli e chiunque gli dava aiuto o
consiglio; il detto frate Elia, il quale era reputato uno de' più savi uomini del mondo,
richiesto dal detto re Federigo, s'accostò a lui e diventò ribelle della Chiesa e
apostata dell'Ordine; per la quale cosa fu iscomunicato dal Papa e privato dell'abito di
santo Francesco.
E stando così iscomunicato, infermò gravemente; la cui infermità udendo uno suo
fratello frate laico, il quale era rimasto nell'Ordine ed era uomo di buona vita e onesta,
sì lo andò a visitare, e tra l'altre cose si gli disse: «Fratello mio carissimo, molto
mi dolgo che tu se' iscomunicato e fuori dell'Ordine tuo, e così ti morrai; ma se tu
vedessi o via o modo per lo quale io ti potessi trarre di questo pericolo, volentieri ne
prenderei per te ogni fatica». Risponde frate Elia: «Fratello mio, non ci veggo altro
modo se non che tu vadi al Papa, e priegalo che per lo amore di Dio e di santo Francesco
suo servo, per li cui ammaestramenti io abbandonai il mondo, m'assolva della sua
iscomunicazione e restituiscami l'abito della Religione». Dice questo suo fratello che
volentieri s'affaticherà per la sua salute: e partendosi da lui, se ne andò alli piè
del santo Papa, pregandolo umilemente che faccia grazia al suo fratello per lo amore di
Cristo e di san Francesco suo servo. E come piacque a Dio, il Papa gliel concedette: che
tornasse e, se e' ritrovasse vivo frate Elia, si lo assolvesse dalla sua parte della
iscomunicazione e ristituissegli l'abito. Di che costui si parte lieto e con grande fretta
ritorna a frate Elia, e trovalo vivo, ma quasi in su la morte, e si lo assolvette della
scomunicazione; e rimettendogli l'abito, frate Elia passò di questa vita,
e l'anima sua fu salva per li meriti di santo Francesco e per la sua orazione, nella quale
frate Elia avea avuta sì grande isperanza.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTANOVESIMO
Della maravigliosa predica la quale fece santo Antonio da Padova frate minore in
consistorio.
Il maraviglioso vasello dello Spirito Santo messer santo Antonio da Padova, uno degli
eletti discipoli e compagni di santo Francesco, il quale santo Francesco chiamava suo
vescovo, una volta predicando in consistorio dinanzi al Papa e a' Cardinali, nel quale
consistorio erano uomini di diverse nazioni, cioè greca, latina, francesca, tedesca,
ischiavi e inghilesi e d'altre diverse lingue del mondo, infiammato dallo Spirito Santo,
sì effcacemente, sì divotamente, sì sottilemente, sì dolcemente, sì chiaramente e sì
intendevolmente propuose la parola di Dio, che tutti quelli che erano in consistorio,
quantunque fossino di diversi linguaggi, chiaramente intendeano tutte le sue parole
distintamente, siccome egli avesse parlato in linguaggio di ciascuno di loro; e tutti
stavano istupefatti, e parea che fusse rinnovato quello antico miracolo degli Apostoli al
tempo della Pentecoste, li quali parlavano per la virtù dello Spirito Santo in ogni
lingua.
E diceano insieme l'uno coll'altro con ammirazione: «Non è di Spagna costui che predica?
e come udiamo tutti noi in suo parlare il nostro linguaggio delle nostre terre?». Il Papa
simigliantemente, considerando e maravigliandosi della profondità delle sue parole,
disse: «Veramente costui è arca del Testamento e armario della Iscrittura divina».
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTESIMO
Del miracolo che Iddio fece quando santo Antonio, essendo a Rimino, predicò a' pesci del
mare.
Volendo Cristo benedetto dimostrare la grande santità del suo fedelissimo servo messere
santo Antonio, e come divotamente era da udire la sua predicazione e la sua dottrina
santa; per gli animali non ragionevoli una volta tra l'altre, cioè per li pesci, riprese
la sciocchezza degli infedeli eretici, a modo come anticamente nel vecchio Testamento per
la bocca dell'asina avea ripresa la ignoranza di Balaam. Onde essendo una volta santo
Antonio a Rimino, ove era grande moltitudine d'eretici, volendoli riducere al lume della
vera fede e alla via della verità, per molti dì predicò loro e disputò della fede di
Cristo e della santa Scrittura, ma eglino, non solamente non acconsentendo alli suoi santi
parlari, ma eziandio come indurati e ostinati non volendolo udire, santo Antonio un dì
per divina ispirazione sì se ne andò alla riva del fiume allato al mare; e standosi
così alla riva tra 'l mare e 'l fiume, cominciò a dire a modo di predica, dalla parte di
Dio alli pesci: «Udite la parola di Dio voi, pesci del mare e del fiume, dappoi che
gl'infedeli eretici la schifano d'udire». E detto ch'egli ebbe così, subitamente venne
alla riva a lui tanta moltitudine di pesci grandi, piccoli e mezzani, che mai in quel mare
né in quel fiume non ne fu veduta sì grande moltitudine; e tutti teneano i capi fuori
dell'acqua e tutti stavano attenti verso la faccia di santo Antonio, e tutti in
grandissima pace e mansuetudine e ordine: imperò che dinanzi e più presso alla riva
istavano i pesciolini minori, e dopo loro istavano i pesci mezzani, poi di dietro, dov'era
l'acqua più profonda, istavano i pesci maggiori.
Essendo dunque in cotale ordine e disposizione allogati li pesci, santo Antonio cominciò
a predicare solennemente e dice così: «Fratelli miei pesci, molto siete tenuti, secondo
la vostra possibilità, di ringraziare il Creatore che v'ha dato così nobile elemento per
vostra abitazione, sicché, come vi piace, avete l'acque dolci e salse e havvi dati molti
refugi a schifare le tempeste, havvi ancora dato elemento chiaro e trasparente e cibo per
lo quale voi possiate vivere. Iddio vostro creatore cortese e benigno quando vi creò, sì
vi diede comandamento di crescere e di multiplicare, e diedevi la sua benedizione. Poi
quando fu il diluvio generalmente, tutti quanti gli altri animali morendo, voi soli
riserbò Iddio senza danno. Appresso v'ha date l'ali per potere discorrere dovunque vi
piace. A voi fu conceduto, per comandamento di Dio, di serbare Giona profeta e dopo il
terzo dì gittarlo a terra sano e salvo. Voi offeriste lo censo al nostro Signore Gesù
Cristo, il quale egli come poverello non aveva di che pagare. Voi fusti cibo dello eterno
re Gesù Cristo innanzi resurrezione e dopo, per singolare mistero. Per le quali tutte
cose molto siete tenuti di lodare e di benedire Iddio, che v'ha dati e tanti e tali
benefici più che all'altre creature». A queste e simiglianti parole e ammaestramenti di
santo Antonio, cominciarono li pesci aprire la bocca e inchinaron li capi, e con questi e
altri segnali di reverenza, secondo li modi a loro possibili, laudarono Iddio. Allora
santo Antonio vedendo tanta reverenza de' pesci inverso di Dio creatore, rallegrandosi in
ispirito, in alta voce disse: «Benedetto sia Iddio eterno, però che più l'onorano i
pesci acquatici che non fanno gli uomini eretici, e meglio odono la sua parola gli animali
non ragionevoli che li uomini infedeli». E quanto santo Antonio più predicava, tanto la
moltitudine de' pesci più crescea, e nessuno si partia del luogo ch'avea preso.
A questo miracolo cominciò a correre il popolo della città fra li quali vi trassono
eziandio gli eretici sopraddetti; i quali vedendo lo miracolo così maraviglioso e
manifesto, compunti ne' cuori, tutti si gittavano a' piedi di santo Antonio per udire la
sua predica. E allora santo Antonio cominciò a predicare della fede cattolica, e sì
nobilemente ne predicò, che tutti quegli eretici convertì e tornarono alla vera fede di
Cristo, e tutti li fedeli ne rimasono con grandissima allegrezza confortati e fortificati
nella fede. E fatto questo, santo Antonio licenziò li pesci colla benedizione di Dio, e
tutti si partirono con maravigliosi atti d'allegrezza, e similemente il popolo. E poi
santo Antonio stette in Arimino per molti dì, predicando e facendo molto frutto
spirituale d'anime.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTUNESIMO
Come il venerabile frate Simone liberò di una grande tentazione un frate, il quale per
questa cagione voleva uscire fuori dell'Ordine.
Intorno al principio dell'Ordine, vivendo santo Francesco, venne all'Ordine uno giovane
d'Ascesi, il quale fu chiamato frate Simone, il quale Iddio adornò e dotò di tanta
grazia e di tanta contemplazione e elevazione di mente, che tutta la sua vita era specchio
di santità, secondo ch'io udii da coloro che lungo tempo furono con lui. Costui rarissime
volte era veduto fuori di cella e, se alcuna volta stava co' frati, sempre parlava di Dio.
Costui non avea mai apparato grammatica, e nientedimeno sì profondamente e sì altamente
parlava di Dio e dell'amore di Cristo, che le sue parole pareano parole soprannaturali.
Onde una sera egli essendo ito nella selva con frate Iacopo da Massa per parlare di Dio e
parlando dolcissimamente del divino amore, istettono tutta la notte in quel parlare, e la
mattina parea loro essere stato pochissimo ispazio di tempo, secondo che mi recitò il
detto frate Iacopo. E 'l detto frate Simone sì aveva in tanta soavità e dolcezza di
spirito le divine illuminazioni e visitazioni amorose di Dio, che ispesse volte, quando le
sentiva venire, si ponea in sul letto; imperò che la tranquilla soavità dello Ispirito
Santo richiedeva in lui non solo riposo dell'anima, ma eziandio del corpo. E in quelle
cotali visitazioni divine egli era molte volte ratto in Dio e diventava tutto insensibile
alle cose corporali. Onde una volta ch'egli era così ratto in Dio e insensibile al mondo,
ardea dentro del divino amore e non sentia niente di fuori con sentimenti corporali, un
frate vogliendo avere isperienza di ciò, a vedere se fusse come parea, andò e prese uno
carbone di fuoco, e si gliel puose in sul piede ignudo: e frate Simone non ne sentì
niente, e non gli fece nessuno segnale in sul piede, benché vi stesse su per grande
spazio, tanto che si spense da se medesimo. Il detto frate Simone quando si ponea a mensa,
innanzi che prendesse cibo corporale, prendeva per sé e dava il cibo ispirituale parlando
di Dio.
Per lo cui divoto parlare, si convertì una volta un giovane da San Severino, il quale era
nel secolo un giovane vanissimo e mondano, ed era nobile di sangue e molto dilicato del
suo corpo. E frate Simone ricevendo il detto giovane all'Ordine, si serbò li suoi
vestimenti secolari appo sé, ed esso istava con frate Simone per essere informato da lui
nelle osservanze regolari. Di che il demonio, il quale s'ingegnava di storpiare ogni bene,
gli mise addosso sì forte stimolo e sì ardente tentazione di carne, che per nessuno modo
costui potea resistere. Per la qual cosa egli se ne andò a frate Simone e dissegli:
«Rendimi li miei panni ch'io ci recai del secolo imperò ch'io non posso più sostenere
la tentazione carnale». E frate Simone, avendogli grande compassione, gli dicea: «Siedi
qui, figliuolo, un poco con meco». E cominciava a parlargli di Dio, permodo ch'ogni
tentazione sì si partia, e poi a tempo ritornando la tentazione, ed egli richiedea li
panni, e frate Simone la cacciava con parlare di Dio.
E fatto così più volte, finalmente una notte l'assalì sì forte la detta tentazione
più ch'ella non solea, che per cosa del mondo non potendo resistere, andò a frate Simone
raddomandandogli al tutto li panni suoi secolari, che per nessuno partito egli ci potea
più stare. Allora frate Simone, secondo ch'egli avea usato di fare, li fece sedere allato
a sé; e parlandogli di Dio, il giovane inchinò il capo in grembo a frate Simone per
malinconia e per tristizia. Allora frate Simone, per grande compassione che gli aveva,
levò gli occhi in cielo e pregando Iddio divotissimamente per lui, fu ratto e esaudito da
Dio; onde ritornando egli in sé, il giovane si sentì al tutto liberato di quella
tentazione, come se mai non l'avesse punto sentita.
Anzi essendosi mutato l'ardore della tentazione in ardore di Spirito Santo, però che
s'era accostato al carbone affocato, cioè a frate Simone, tutto diventò infiammato di
Dio e del prossimo, intanto ch'essendo preso una volta uno malfattore, a cui doveano
essere tratti amenduni gli occhi, costui, per compassione se ne andò arditamente al
rettore in pieno Consiglio, e con molte lagrime e prieghi divoti addomandò che a sé
fusse tratto un occhio, e al malfattore un altro, acciò ch'e' non rimanesse privato
d'amenduni. Ma veggendo il Rettore e il Consiglio il grande fervore della carità di
questo frate, si perdonarono all'uno e all'altro.
Standosi un dì il sopradetto frate Simone nella selva in orazione e sentendo grande
consolazione nell'anima sua, una schiera di cornacchie con loro gridare gl'incominciarono
a fare noia, di che egli comandò loro nel nome di Gesù Cristo ch'elle si dovessono
partire e non tornarvi più. E partendosi allora li detti uccelli, da indi innanzi non vi
furono mai più veduti né uditi, né ivi né in tutta la contrada d'intorno. E questo
miracolo fu manifesto a tutta la custodia di Fermo, nella quale era il detto luogo.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTADUESIMO
Di belli miracoli che fece Iddio per li santi frati frate Bentivoglia, frate Pietro da
Monticello,
frate Currado da Offida e come frate Bentivoglia portò un lebbroso quindici miglia in
pochissimo tempo, e all'altro parlò santo Michele, e all'altro venne la Vergine Maria e
puosegli il figliuolo in braccio.
La provincia della Marca d'Ancona fu anticamente, a modo che 'l cielo di stelle, adornata
di santi ed esemplari frati, li quali, a modo che luminari di cielo, hanno alluminato e
adornato l'Ordine di santo Francesco e il mondo con esempi e con dottrina. Tra gli altri
furono in prima frate Lucido Antico, lo quale fu veramente lucente per santità e ardente
per carità divina; la cui gloriosa lingua, informata dallo Spirito Santo, facea
maravigliosi frutti in predicazione.
Un altro fu frate Bentivoglia da Santo Severino, il quale fu veduto da frate Masseo da San
Severino essere levato in aria per grande spazio istando egli in orazione nella selva; per
lo quale miracolo il devoto frate Masseo, essendo allora piovano, lasciato il piovanato,
fecesi frate Minore; e fu di tanta santità, che fece molti miracoli in vita e in morte,
ed è riposto il corpo suo a Murro. Il sopraddetto frate Bentivoglia, dimorando una volta
a Trave Bonanti solo, a guardare e a servire a uno lebbroso, essendogli in comandamento
del Prelato di partirsi indi e andare a un altro luogo, lo quale era di lungi quindici
miglia, non volendo abbandonare quello lebbroso, con grande fervore di carità sì lo
prese e puoselosi in sulla ispalla e portollo dall'aurora insino al levare del sole tutta
quella via delle quindici miglia infino al detto luogo, dov'egli era mandato, che si
chiamava Monte Sancino. Il quale viaggio, se fusse istato aquila, non avrebbe potuto in
così poco tempo volare: e di questo divino miracolo fu grande istupore e ammirazione in
tutto quello paese.
Un altro fu frate Pietro da Monticello, il quale fu veduto da frate Servodio da Urbino
(allora essendo guardiano nel luogo vecchio d'Ancona) levato da terra corporalmente cinque
ovvero sei braccia insino appiè dello Crocifisso della chiesa, dinanzi al quale stava in
orazione. E questo frate Pietro, digiunando una volta la quaresima di santo Michele
Arcagnolo con grande divozione, e l'ultimo dì di quella quaresima istandosi in chiesa in
orazione, fu udito da un frate giovane, il quale istudiosamente stava nascosto sotto
l'altare maggiore per vedere qualche atto della sua santità, e udito parlare con santo
Michele Arcagnolo, e le parole che diceano erano queste. Dicea santo Michele: «Frate
Pietro, tu ti se' affaticato fedelemente per me, e in molti modi hai afflitto il tuo
corpo; ecco io sono venuto a consolarti acciò che tu domandi qualunque grazia tu vuogli,
e io te la voglio impetrare da Dio». Rispondea frate Pietro: «Santissimo Prencipe della
milizia celestiale e fedelissimo zelatore dello amore divino e pietoso protettore delle
anime, io t'addomando questa grazia, che tu mi impetri da Dio la perdonanza delle miei
peccati». Rispuose santo Michele: «Chiedi altra grazia, ché questa t'accatterò io
agevolissimamente». E frate Pietro non domandando nessuna altra cosa, l'Arcagnolo
conchiuse: «Io, per la fede e divozione la quale tu hai in me, ti procaccio cotesta
grazia che tu addimandi e molte altre». E compiuto il loro parlare, il quale durò per
grande spazio, l'Arcagnolo santo Michele si partì, lasciandolo sommamente consolato.
Al tempo di questo santo frate Pietro, fu il santo frate Currado da Offida, il quale
essendo insieme di famiglia nel luogo di Forano della custodia d'Ancona, il detto frate
Currado se ne andò un dì nella selva a contemplare di Dio, e frate Pietro segretamente
andò dirietro a lui per vedere ciò che gli addivenisse. E frate Currado cominciò a
stare in orazione e pregare divotissimamente la Vergine Maria con grande pietà ch'ella
gli accattasse questa grazia dal suo benedetto Figliuolo, ch'egli sentisse un poco di
quella dolcezza la quale sentì santo Simeone il dì della Purificazione quand'egli portò
in braccio Gesù Salvatore benedetto. E fatta questa orazione, la misericordiosa Vergine
Maria lo esaudì: eccoti ch'apparve la Reina del cielo col suo Figliuolo benedetto in
braccio, con grandissima chiarità di lume; e appressandosi a frate Currado, sì gli puose
in braccio quello benedetto Figliuolo, il quale egli ricevendo, divotissimamente
abbracciandolo e baciandolo e strignendolosi al petto, tutto si struggeva e risolveva in
amore divino e inesplicabile consolazione. E frate Pietro simigliantemente, il quale di
nascosto vedea ogni cosa, sentì nell'anima sua una grandissima dolcezza e consolazione. E
partendo la Vergine Maria da frate Currado, frate Pietro in fretta si ritornò al luogo,
per non essere veduto da lui; ma poiché quando frate Currado tornava tutto allegro e
giocondo, gli disse frate Pietro: «O cielico, grande consolazione hai avuta oggi»; dicea
frate Currado: «Che è quello che tu dici, frate Pietro, e che sai tu quello che io
m'abbia avuto?». «Ben so io, ben so, dicea frate Pietro, come la Vergine Maria col suo
benedetto figliuolo t'ha visitato». Allora frate Currado, il quale come veramente umile
desiderava d'essere segreto nelle grazie di Dio, sì lo pregò che non lo dicesse a
persona. E fu sì grande l'amore d'allora innanzi tra loro due, che un cuore e una anima
parea che fusse infra loro in ogni cosa.
E 'l detto frate Currado una volta, nello luogo di Siruolo, con le sue orazioni liberò
una femmina indemoniata orando per lei tutta la notte e apparendo alla madre sua; e la
mattina si fuggì per non essere trovato e onorato dal popolo.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTATREESIMO
Come frate Currado da Offida convertì un frate giovane, molestando egli gli altri frati.
E come il detto frate giovane morendo, egli apparve al detto frate Currado, pregandolo che
orasse per lui. E come lo liberò per la sua orazione delle pene grandissime del
purgatorio.
Il detto frate Currado da Offida, mirabile zelatore della evangelica povertà e della
regola di santo Francesco,
fu di sì religiosa vita e di sì grande merito appo Iddio, che Cristo benedetto l'onorò,
nella vita e nella morte, di molti miracoli.
Tra' quali una volta, essendo venuto al luogo d'Offida forestiere, li frati il pregarono
per l'amore di Dio e della carità, ch'egli ammonisse uno frate giovane che era in quello
luogo, lo quale si portava sì fanciullescamente e disordinatamente e dissolutamente, che
li vecchi e li giovani di quella famiglia turbava dello ufficio divino, e delle altre
regolari osservanze o niente o poco si curava. Di che frate Currado per compassione di
quello giovane e per li prieghi de' frati, chiamò un dì a sparte il detto giovane e in
fervore di carità gli disse sì efficaci e divote parole d'ammaestramento che con la
operazione della divina grazia colui subitamente diventò, di fanciullo, vecchio di
costumi e sì obbediente e benigno e sollecito e divoto, e appresso sì pacifico e
servente e a ogni cosa virtuosa sì studioso, che come prima tutta la famiglia era turbata
per lui, così per lui tutti n'erano contenti e consolati e fortemente l'amavano.
Addivenne, come piacque a Dio, che pochi di poi dopo questa sua conversione, il detto
giovane si morì, di che li detti frati si dolsono, e pochi di poi dopo la sua morte,
l'anima sua apparve a frate Currado, istandosi egli divotamente in orazione dinanzi allo
altare del detto convento, e sì lo saluta divotamente come padre; e frate Currado il
dimanda: «Chi se' tu?». Risponde: «Io sono l'anima di quel frate giovane che morì in
questi dì». E frate Currado: «O figliuolo mio carissimo, che è di te?». Risponde:
«Padre carissimo, per la grazia di Dio e per la vostra dottrina, ènne bene, però ch'io
non sono dannato, ma per certi miei peccati, li quali io non ebbi tempo di purgare
sofficientemente, sostegno grandissime pene di purgatorio; ma io priego te, padre, che,
come per la tua pietà mi soccorresti, quand'io ero vivo, così ora ti piaccia di
soccorrermi nelle mie pene, dicendo per me alcuno paternostro, ché la tua orazione è
molto accettevole nel cospetto di Dio». Allora frate Currado, consentendo benignamente
alle sue preghiere e dicendo una volta il paternostro con requiem aeternam, disse quella
anima: «O padre carissimo, quanto bene e quanto refrigerio io sento! Ora io ti priego,
che tu lo dica un'altra volta». E frate Currado il dice un'altra volta; e detto che
l'ebbe, dice l'anima: «Santo padre, quando tu ori per me, tutto mi sento alleviare; onde
io ti priego che tu non resti di orare per me». Allora frate Currado, veggendo che quella
anima era così aiutata con le sue orazioni, si disse per lui cento paternostri, e
compiuti che gli ebbe, disse quell'anima: «Io ti ringrazio, padre carissimo, dalla parte
di Dio della carità che hai avuto verso di me, imperò che per la tua orazione io sono
liberato da tutte le pene e sì me ne vo al regno celestiale». E detto questo, si part'
quella anima. Allora frate Currado, per dare allegrezza e conforto alli frati, loro
recitò per ordine tutta questa visione.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTAQUATTRESIMO
Come a frate Currado apparve la madre di Cristo e santo Giovanni Vangelista e santo
Francesco; e dissegli quale di loro portò più dolore della passione di Cristo.
Al tempo che dimoravano insieme nella custodia d'Ancona, nel luogo di Forano, frate
Currado e frate Pietro sopraddetti (li quali erano due stelle lucenti nella provincia
della Marca e due uomini celestiali); imperciò che tra loro era tanto amore e tanta
carità che uno medesimo cuore e una medesima anima parea in loro due, e' si legarono
insieme a questo patto, che ogni consolazione, la quale la misericordia di Dio facesse
loro, eglino se la dovessino insieme rivelare l'uno all'altro in carità.
Fermato insieme questo patto, addivenne che un dì istando frate Pietro in orazione e
pensando divotissimamente la passione di Cristo; e come la Madre di Cristo beatissima e
Giovanni Evangelista dilettissimo discepolo e santo Francesco erano dipinti appiè della
croce, per dolore mentale crocifissi con Cristo, gli venne desiderio di sapere quale di
quelli tre avea avuto maggior dolore della passione di Cristo, o la Madre la quale l'avea
generato, o il discepolo il quale gli avea dormito sopra il petto o santo Francesco il
quale era con Cristo crocifisso. E stando in questo divoto pensiero, gli apparve la
vergine Maria con santo Giovanni Vangelista e con santo Francesco, vestiti di nobilissimi
vestimenti di Gloria beata: ma già santo Francesco parea vestito di più bella vista che
santo Giovanni. E istando frate Pietro tutto ispaventato di questa visione, santo Giovanni
il confortò e dissegli: «Non temere, carissimo frate, imperò che noi siamo venuti a
consolarti e a dichiararti del tuo dubbio. Sappi adunque che la Madre di Cristo ed io
sopra ogni creatura ci dolemmo della passione di Cristo, ma dopo noi santo Francesco
n'ebbe maggiore dolore che nessuno altro, e però tu lo vedi in tanta gloria». E frate
Pietro il domanda: «Santissimo Apostolo di Cristo, perché pare il vestimento di santo
Francesco più bello che'l tuo?». Risponde santo Giovanni: «La cagione si è questa:
imperò che, quando egli era nel mondo, egli portò indosso più vili vestimenti che io».
E dette queste parole, santo Giovanni diede a frate Pietro uno vestimento glorioso il
quale egli portava in mano e dissegli: «Prendi questo vestimento, il quale io sì ho
arrecato per darloti». E volendo santo Giovanni vestirlo di quello vestimento, e frate
Pietro cadde in terra istupefatto e cominciò a gridare: «Frate Currado, frate Currado
carissimo, soccorrimi tosto, vieni a vedere cose maravigliose!». E in queste parole,
questa santa visione sparve. Poi venendo frate Currado, sì gli disse ogni cosa per
ordine, e ringraziarono Iddio.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTACINQUESIMO
Della conversione e vita e miracoli e morte del santo frate Giovanni della Penna.
Frate Giovanni dalla Penna essendo fanciullo e scolare nella provincia della Marca, una
notte gli apparve uno fanciullo bellissimo e chiamollo dicendo: «Giovanni, va' a santo
Stefano dove predica uno de' miei frati, alla cui dottrina credi e alle sue parole
attendi, imperò che io ve l'ho mandato; e fatto ciò, tu hai a fare uno grande viaggio e
poi verrai a me». Di che costui immantenente si levò su e sentì grande mutazione
nell'anima sua. E andando a santo Stefano, e' trovovvi una grande moltitudine di uomini e
di donne che vi stavano per udire la predica. E colui che vi dovea predicare era un frate
ch'avea nome frate Filippo, il quale era uno delli primi frati ch'era venuto nella Marca
d'Ancona, e ancora pochi luoghi erano presi nella Marca. Monta su questo frate Filippo a
predicare, e predica divotissimamente non parole di sapienza umana, ma in virtù di
spirito santo di Cristo, annunziando il reame di vita eterna. E finita la predica, il
detto fanciullo se ne andò al detto frate Filippo, e dissegli: «Padre, se vi piacesse di
ricevermi all'Ordine, io volentieri farei penitenza e servirei al nostro Signore Gesù
Cristo». Veggendo frate Filippo e conoscendo nel detto fanciullo una maravigliosa
innocenza e pronta volontà a servire a Dio, sì gli disse: «Verrai a me cotale dì a
Ricanati, e io ti farò ricevere». Nel quale luogo si dovea fare Capitolo provinciale. Di
che il fanciullo, il quale era purissimo, si pensò che questo fusse il grande viaggio che
dovea fare, secondo la rivelazione ch'egli avea avuto, e poi andarsene a paradiso; così
credea fare, immantanente che fusse ricevuto all'Ordine. Andò dunque e fu ricevuto, e
veggendo che li suoi pensieri non si adempievano allora, dicendo il ministro in Capitolo
che chiunque volesse andare nella provincia di Provenza, per lo merito della santa
obbidienza, egli gli darebbe la licenza; vennegli grande desiderio di andarvi, pensando
nel cuore suo che quello fusse il grande viaggio che dovea fare inanzi ch'egli andasse a
paradiso. Ma vergognandosi di dirlo, finalmente confidandosi di frate Filippo predetto, il
quale l'avea fatto ricevere all'Ordine, sì lo pregò caramente che gli accattasse quella
grazia d'andare nella provincia di Provenza. Allora frate Filippo veggendo la sua purità
e la sua santa intenzione, sì gli accattò quella licenza onde frate Giovanni con grande
letizia si mosse a andare, avendo questa opinione per certo che, compiuta quella via, se
ne andrebbe in paradiso. Ma come piacque a Dio, egli stette nella detta provincia
venticinque anni in questa espettazione e disiderio, vivendo in grandissima onestà e
santità ed esemplarità, crescendo sempre in virtù e grazia di Dio e del popolo, ed era
sommamente amato da' frati e da' secolari.
Istandosi un dì frate Giovanni divotamente in orazione e piangendo e lamentandosi,
perché il suo desiderio non si adempieva e che 'l suo pellegrinaggio di cotesta vita
troppo si prolungava: gli apparve Cristo benedetto, al cui aspetto l'anima sua fu tutta
liquefatta, e dissegli Cristo: «Figliuolo frate Giovanni, addomandami ciò che tu
vuogli». Ed egli risponde: «Signore mio, io non so che mi ti addimandare altro che te,
però ch'io non disidero nessuna altra cosa, ma di questo solo ti priego, che tu mi
perdoni tutti li miei peccati e diami grazia che' io ti veggia un'altra volta quando
n'arò maggiore bisogno». Disse Cristo: «Esaudita è la tua orazione». E detto cotesto
si partì, e frate Giovanni rimase tutto consolato.
Alla perfine, udendo li frati della Marca la fama di sua santità, feciono tanto col
Generale, che gli mandò la obbedienza di tornare nella Marca, la quale obbedienza
ricevendo egli lietamente, sì si mise in cammino, pensando che, compiuta quella via, se
ne dovesse andare in cielo, secondo la promessa di Cristo. Ma tornato ch'egli fu alla
provincia della Marca, vivette in essa trenta anni, e non era riconosciuto da nessuno suo
parente, ed ogni dì aspettava la misericordia di Dio, ch'egli gli adempiesse la promessa.
E in questo tempo fece più volte l'ufficio della guardiania con grande discrezione, e
Iddio per lui adoperò molti miracoli.
E tra gli altri doni, ch'egli ebbe da Dio, ebbe spirito di profezia; onde una volta,
andando egli fuori del luogo, uno suo novizio fu combattuto dal demonio e sì forte
tentato, che egli acconsentendo alla tentazione, diliberò in se medesimo d'uscire
dell'Ordine, sì tosto come frate Giovanni fusse tornato di fuori: la quale tentazione e
deliberazione conoscendo frate Giovanni per ispirito di profezia, immantanente ritorna a
casa e chiama a sé il detto novizio, e dice che vuole che si confessi. Ma in prima
ch'egli si confessi, sì gli recitò per ordine tutta la sua tentazione, secondo che Iddio
gli aveva rivelato, e conchiuse: «Figliuolo, imperò che tu m'aspettasti e non ti volesti
partire sanza la mia benedizione, Iddio t'ha fatta questa grazia, che giammai di questo
Ordine tu non uscirai ma morrai nell'Ordine, colla divina grazia». Allora il detto
novizio fu confermato in buona volontà e rimanendo nell'Ordine diventò uno santo frate.
E tutte queste cose recitò a me frate Ugolino.
Il detto frate Giovanni, il quale era uomo con animo allegro e riposato e rade volte
parlava, ed era uomo di grande orazione e divozione e spezialmente dopo il mattutino mai
non tornava alla cella, ma istava in chiesa per insino a dì in orazione; stando egli una
notte dopo il mattutino in orazione, sì gli apparve l'Agnolo di Dio e dissegli: «Frate
Giovanni, egli è compiuta la via tua, la quale tu hai tanto tempo aspettata; e però io
t'annunzio dalla parte di Dio che tu addimandi qual grazia tu vuogli. Ed anche t'annunzio
che tu elegga quale tu vuogli, o uno dì in purgatorio, o vuogli sette dì di pene in
questo mondo». Ed eleggendo piuttosto frate Giovanni li sette dì di pene di questo
mondo, subitamente egli infermò di diverse infermità, ché gli prese la febbre forte, e
le gotte nelle mani e nelli piedi, e 'l mal del fianco e molti altri mali: ma quello che
peggio gli facea si era ch'uno demonio gli stava dinanzi e tenea in mano una grande carta
iscritta di tutti li peccati ch'egli avea mai fatti o pensati e diceagli: «Per questi
peccati che tu hai fatti col pensiero e con la lingua e con le operazioni, tu se' dannato
nel profondo dello inferno». Ed egli non si ricordava di nessuno bene ch'egli avesse mai
fatto, né che fusse nell'Ordine, né che mai vi fosse stato, ma così si pensava d'essere
dannato, come il demonio gli dicea. Onde quando egli era domandato com'egli stesse,
rispondea: «Male, però che io sono dannato». Veggendo questo i frati, sì mandarono per
uno frate antico ch'avea nome frate Matteo da Monte Robbiano, il quale era uno santo uomo
e molto amico di questo frate Giovanni. E giunto il detto frate Matteo a costui il settimo
dì della sua tribulazione, salutollo o domandollo com'egli stava. Rispuose, ched egli
stava male, perch'egli era dannato. Allora disse frate Matteo: «Non ti ricordi tu, che tu
ti se' molte volte confessato da me, ed io t'ho interamente assolto di tutti i tuoi
peccati? Non ti ricordi tu ancora che tu hai servito sempre a Dio in questo santo Ordine
molti anni? Appresso, non ti ricordi tu che la misericordia di Dio eccede tutti i peccati
del mondo, e che Cristo benedetto nostro Salvatore pagò, per noi ricomperare infinito
prezzo? E però abbi buona isperanza, ché per certo tu se' salvo». E in questo dire,
imperò ch'egli era compiuto il termine della sua purgazione, si partì la tentazione e
venne la consolazione.
E con grande letizia disse frate Giovanni a frate Matteo: «Imperò che tu se' affaticato
e l'ora è tarda, io ti priego che tu vada a posarti». E frate Matteo non lo volea
lasciare; ma pure finalmente, a grande sua istanza, si partì da lui ed andossi a posare.
E frate Giovanni rimase solo col frate che 'l serviva. Ed ecco Cristo benedetto viene con
grandissimo splendore e con eccessiva soavità d'odore, secondo ch'egli gli avea promesso
d'apparirgli un'altra volta, cioè quando n'avesse maggior bisogno e sì lo sanò
perfettamente da ogni sua infermità. Allora frate Giovanni con le mani giunte,
ringraziando Iddio, che con ottimo fine avea terminato il suo grande viaggio della
presente misera vita, e nelle mani di Cristo raccomandò e rendette l'anima sua a Dio,
passando di questa vita mortale a vita eterna con Cristo benedetto, il quale egli con si
lungo tempo avea disiderato e aspettato di vedere. Ed è riposto il detto frate Giovanni
nel luogo della Penna di Santo Giovanni.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTASEIESIMO
Come frate Pacifico, istando in orazione, vide l'ariima di frate Umile suo fratello andare
in cielo.
Nella detta provincia della Marca, dopo la morte di santo Francesco, furono due fratelli
nell'Ordine, l'uno ebbe nome frate Umile e l'altro ebbe nome frate Pacifico; li quali
furono uomini di grandissima santità e perfezione: e l'uno, cioè frate Umile, stava in
nel luogo di Soffiano ed ivi si morì, e l'altro istava di famiglia in uno altro luogo
assai lungi da lui. Come piacque a Dio, un dì frate Pacifico, istando in orazione in
luogo solitario, fu ratto in estasi e vide l'anima del suo fratello Umile andare in cielo
diritta, sanza altra ritenzione o impedimento; la quale allora si partia del corpo.
Avvenne che poi, dopo molti anni questo frate Pacifico che rimase, fu posto di famiglia
nel detto luogo di Soffiano, dove il suo fratello era morto. In questo tempo li frati, a
petizione de' signori di Bruforte, mutarono il detto luogo in un altro; di che, tra
l'altre cose, eglino traslatarono le reliquie de' santi frati ch'erano morti in quello
luogo. E venendo dalla sepoltura di frate Umile, il suo fratello frate Pacifico sì prese
l'ossa sue e sì le lavò con buono vino e poi le rinvolse in una tovaglia bianca e con
grande reverenza e divozione le baciava e piagneva; di che gli altri frati si
maravigliavano e non aveano di lui buono esempio, imperò che essendo egli uomo di grande
santità, parea che per amore sensuale e secolare egli piagnesse il suo fratello, e che
più divozione egli mostrasse alle sue reliquie che a quelle degli altri frati ch'erano
stati non di minore santità che frate Umile, ed erano degne di reverenza quanto le sue.
E conoscendo frate Pacifico la sinistra immaginazione de' frati soddisfece loro umilmente
e disse: «Frati miei carissimi, non vi maravigliate se alle ossa del mio fratello io ho
fatto quello che non ho fatto alle altre; imperò che, benedetto sia Iddio, e' non mi ha
tratto, come voi credete, amore carnale; ma ho fatto così, però che quando il mio
fratello passò di questa vita, orando io in luogo diserto e remoto da lui, vidi l'anima
sua per diritta via salire in cielo; e però io son certo che le sue ossa sono sante e
debbono essere in paradiso. E se Iddio m'avesse conceduta tanta certezza degli altri
frati, quella medesima reverenza avrei fatta alle ossa loro». Per la quale cosa li frati,
veggendo la sua santa e divota intenzione, furono da lui bene edificati e laudarono Iddio,
il quale fa così maravigliose cose a' santi suoi frati.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTASETTESIMO
Di quello santo frate a cui la Madre di Cristo apparve, quando era infermo, ed arrecogli
tre bossoli di lattovaro.
Nel soprannominato luogo di Soffiano fu anticamente un frate Minore di sì grande santità
e grazia, che tutto parea divino e spesse volte era ratto in Dio. Istando alcuna volta
questo frate tutto assorto in Dio ed elevato, però ch'avea notabilmente la grazia della
contemplazione, veniano a lui uccelli di diverse maniere e dimesticamente si posavano
sopra le sue spalle e sopra il capo e in sulle mani, e cantavano meravigliosamente. Era
costui molto solitario e rade volte parlava, ma quando era domandato di cosa veruna,
rispondea sì graziosamente e sì saviamente che parea piuttosto agnolo che uomo, ed era
di grandissima orazione e contemplazione, e li frati l'aveano in grande reverenza.
Compiendo questo frate il corso della sua virtuosa vita, secondo la divina disposizione
infermò a morte, intanto che nessuna cosa potea prendere, e con questo non volea ricevere
medicina nessuna carnale, ma tutta la sua confidenza era nel medico celestiale Gesù
Cristo benedetto e nella sua benedetta Madre; dalla quale egli meritò per divina clemenza
d'essere misericordiosamente visitato e medicato. Onde standos'egli una volta in sul letto
disponendosi alla morte con tutto il cuore e con tutta la divozione, gli apparve la
gloriosa vergine Maria madre di Cristo, con grandissima moltitudine d'agnoli e di sante
vergini, con maraviglioso splendore, e appressossi al letto suo. Ond'egli ragguardandola
prese grandissimo conforto e allegrezza, quanto all'anima e quanto al corpo, e cominciolla
a pregare umilmente ched ella prieghi il suo diletto Figliuolo che per li suoi meriti il
tragga della prigione della misera carne. E perseverando in questo priego con molte
lagrime, la vergine Maria gli rispuose chiamandolo per nome: «Non dubitare, figliuolo,
imperò ch'egli è esaudito il tuo priego, e io sono venuta per confortarti un poco,
innanzi che tu ti parta di questa vita».
Erano allato alla vergine Maria tre sante vergini, le quali portavano in mano tre bossoli
di lattovaro di smisurato odore e suavità. Allora la Vergine gloriosa prese e aperse uno
di quelli bossoli, e tutta la casa fu ripiena d'odore; e prendendo con uno cucchiaio di
quello lattovaro, il diede allo infermo, il quale sì tosto come l'ebbe assaggiato, lo
infermo sentì tanto conforto e tanta dolcezza, che l'anima sua non parea che potesse
stare nel corpo; ond'egli incominciò a dire: «Non più, o santissima Madre vergine
benedetta, o medica benedetta e salvatrice della umana generazione; non più, ch'io non
posso sostenere tanta suavità». Ma la pietosa e benigna Madre pure porgendo ispesso di
quello lattovaro allo infermo e facendogliene prendere, votò tutto il bossolo. Poi,
votato il primo bossolo, la Vergine beata prende il secondo e mettevi dentro il cucchiaio
per dargliene; di che costui dolcemente si rammarica dicendo: «O beatissima Madre di Dio,
o se l'anima mia è quasi tutta liquefatta per l'odore e suavità del primo lattovaro,
come potrò io sostenere il secondo? Io ti priego, benedetta sopra tutti li santi e sopra
tutti gli agnoli, che tu non me ne vogli più dare». Risponde la gloriosa donna:
«Assaggia, figliuolo, pure un poco di questo secondo bossolo». E dandogliene un poco
dissegli: «Oggimai, figliuolo, tu ne hai tanto che ti può bastare. Confortati,
figliuolo, che tosto verrò per te e menerotti al reame del mio Figliuolo, il quale tu hai
sempre desiderato e cercato».
E detto questo, accomiatandosi da lui si partì, ed egli rimase sì consolato e confortato
per la dolcezza di questo confetto, che per più dì sopravvivette sazio e forte senza
cibo nessuno corporale. E dopo alquanti dì, allegramente parlando co' frati, con grande
letizia e giubilo passò di questa misera vita.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTOTTESIMO
Come frate Iacopo dalla Massa vide in visione tutti i frati Minori del mondo, in visione
di uno arbore, e conobbe la virtù e li meriti e li vizi di ciascuno.
Frate Iacopo della Massa, al quale Iddio aperse l'uscio delli suoi segreti e diedegli
perfetta scienza e intelligenza della divina Scrittura e delle cose future, fu di tanta
santità, che frate Egidio da Sciesi e frate Marco da Montino e frate Ginepro e frate
Lucido dissono di lui che non ne conoscieno nessuno nel mondo appo Dio maggiore che questo
frate Iacopo.
Io gli ebbi grande desiderio di vederlo, imperò che pregando io certe cose di spirito,
egli mi disse: «Se tu vuogli essere bene informato nella vita spirituale, procaccia di
parlare con frate Iacopo della Massa, imperò che frate Egidio disiderava di essere
alluminato da lui, e alle sue parole non si può aggiugnere né scemare; imperò che la
mente sua è passata a' segreti celestiali e le parole sue sono parole dello Spirito
Santo, e non è uomo sopra la terra ch'io tanto disideri di vedere». Questo frate Iacopo,
nel principio del ministero di frate Giovanni da Parma orando una volta fu ratto in Dio e
stette tre dì in questo ratto in estasi, sospeso da ogni sentimento corporale, e istette
sì insensibile, che i frati dubitavano che non fusse morto. E in questo ratto gli fu
rivelato da Dio ciò che dovea essere e addivenire intorno alla nostra religione; per la
qual cosa, quando l'udii, mi crebbe il disiderio di udirlo e di parlare con lui.
E quando piacque a Dio ch'io avessi agio di parlargli, io il priegai in cotesto modo: «Se
vero è questo ch'io ho udito dire di te, io ti priego che tu non me lo tenga celato. Io
ho udito che, quando tu istesti tre dì quasi morto, tra l'altre cose che Dio ti rivelò
fu ciò che dovea addivenire in questa nostra religione, e questo ha avuto a dire frate
Matteo ministro della Marca, al quale tu lo rivelasti per obbedienza». Allora frate
Iacopo con grande umiltà gli concedette che quello che dicea frate Matteo era vero.
Il dire suo, cioè del detto frate Matteo ministro della Marca, era questo: «Io so di
frate Iacopo al quale Iddio ha rivelato ciò che addiverrà nella nostra religione,
imperò che frate Iacopo dalla Massa m'ha manifestato e detto che, dopo molte cose che
Iddio gli rivelò nello stato della Chiesa militante, egli vide in visione un arbore bello
e grande molto, la cui radice era d'oro, li frutti suoi erano uomini e tutti erano frati
Minori. Li rami suoi principali erano distinti secondo il numero delle provincie
dell'Ordine, e ciascuno ramo avea tanti frati, quanti v'erano nella provincia improntata
in quello ramo: e allora egli seppe il numero di tutti li frati dell'Ordine e di ciascuna
provincia, e anche li nomi loro e l'età e le condizioni e gli uffici grandi e le dignità
e le grazie di tutti e le colpe. E vide frate Giovanni da Parma nel più alto luogo del
ramo di mezzo di questo arbore; e nelle vette de' rami, ch'erano d'intorno a questo ramo
di mezzo istavano li ministri di tutte le provincie. E dopo questo vide Cristo sedere su
in uno trono grandissimo e candido, il quale Cristo chiamava santo Francesco, e davagli
uno calice pieno di spirito di vita e mandavalo dicendo: «Va' e visita li frati tuoi, e
da' loro bere di questo calice dello spirito della vita, imperò che lo ispirito di Satana
si leverà contro a loro e percoteragli, e molti di loro cadranno e non si rileveranno».
E diede Cristo a santo Francesco due Agnoli che lo accompagnassono.
E allora venne santo Francesco a porgere il calice della vita alli suoi frati, e cominciò
a porgerlo a frate Giovanni, il quale prendendolo il bevette tutto quanto in fretta e
divotamente, e subitamente diventò tutto luminoso come il sole. E dopo lui seguentemente
santo Francesco il porgeva a tutti gli altri, e pochi ve n'erano di questi che con debita
reverenza e divozione il prendessino e bevessino tutto. Quelli che 'l prendeano
divotamente e beveanlo tutto, di subito diventavano isplendidi come il sole; e questi che
tutto il versavano e non lo prendeano con divozione diventavano neri e oscuri e isformati
a vedere e orribili, quelli che parte ne beveano e parte ne versavano, diventavano parte
luminosi e parte tenebrosi, e più e meno secondo la misura del bere e del versare. Ma
sopra tutti gli altri, il sopradetto frate Giovanni era risplendente, il quale più
compiutamente avea bevuto il calice della vita, per lo quale egli avea più profondamente
contemplato l'abisso della infinita luce divina, e in essa avea inteso l'avversità e la
tempesta la quale si dovea levare contra la detta arbore, e crollare e commuovere i suoi
rami. Per la qual cosa il detto frate Giovanni si parte dalla cima del ramo nel quale egli
stava e, discendendo di sotto a tutti li rami, si nascose in sul sodo dello stipite dello
arbore e stavasi tutto pensoso. E frate Bonaventura, il quale avea parte preso del calice
e parte n'avea versato, salì in quello ramo e in quello luogo onde era disceso frate
Giovanni. E stando nel detto luogo, sì gli diventarono l'unghie delle mani unghie di
ferro aguzzate e taglienti come rasoi: di che egli si mosse di quello luogo dov'egli era
salito, e con empito e furore volea gittarsi contro al detto frate Giovanni per nuocergli.
Ma frate Giovanni, veggendo questo, gridò forte e raccomandossi a Cristo, il quale sedea
nel trono: e Cristo al grido suo chiamò santo Francesco e diegli una pietra focaia
tagliente e dissegli: «Va' con questa pietra e taglia l'unghie di frate Bonaventura, con
le quali egli sì vuole graffiare frate Giovanni, sicché egli non gli possa nuocere».
Allora santo Francesco venne e fece siccome Cristo gli avea comandato. E fatto questo, sì
venne una tempesta di vento e percosse nello arbore così forte, che li frati ne cadeano a
terra, e prima ne cadeano quelli che aveano versato tutto il calice dello spirito della
vita, ed erano portati dalli demoni in luoghi tenebrosi e penosi. Ma il detto frate
Giovanni, insieme con gli altri che aveano bevuto tutto il calice, furono traslatati dagli
Agnoli in luogo di vita e di lume eterno e di splendore beato. E sì intendea e discernea
il sopradetto frate Iacopo, che vedea la visione, particolarmente e distintamente ciò che
vedea, quanto a' nomi e condizioni e stati di ciascheduno chiaramente. E tanto bastò
quella tempesta contro allo arbore, ch'ella cadde e il vento ne la portò. E poi,
immantanente che cessò la tempesta, della radice di questo arbore, ch'era d'oro, uscì un
altro arbore tutto d'oro, lo quale produsse foglie e fiori e frutti orati. Del quale
arbore e della sua dilatazione, profondità, bellezza e odore e virtù, è meglio a tacere
che di ciò dire al presente.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTANOVESIMO
Come Cristo apparve a frate Giovanni della Vernia.
Fra gli altri frati e santi frati e figliuoli di santo Francesco, i quali, secondo che
dice Salomone, sono la gloria del padre, fu a' nostri tempi nella detta provincia della
Marca il venerabile e santo frate Giovanni da Fermo, il quale, per lo grande tempo che
dimorò nel santo luogo della Vernia ed ivi passò di questa vita, si chiamava pure frate
Giovanni della Vernia; però che fu uomo di singulare vita e di grande santità. Questo
frate Giovanni, essendo fanciullo secolare, disiderava con tutto il cuore la via della
penitenza, la quale mantiene la mondizia del corpo e dell'anima; onde, essendo ben piccolo
fanciullo, egli cominciò a portare il coretto di maglia e 'l cerchio di ferro alle carni
e fare grande astinenza; e spezialmente quando dimorava con li canonici di santo Pietro di
Fermo, li quali viveano splendidamente, egli fuggia le dilizie corporali e macerava lo
corpo suo con grande rigidità d'astinenza. Ma avendo in ciò i compagni molto contrari,
li quali gli spogliavano il coretto e la sua astinenza in diversi modi impedivano; ed egli
inspirato da Dio pensò di lasciare il mondo con li suoi amadori, e offerire sé tutto
nelle braccia del Crocifisso, coll'abito del crocifisso santo Francesco. E così fece.
Ed essendo ricevuto all'Ordine così fanciullo e commesso alla cura del maestro delli
novizi, egli diventò sì ispirituale e divoto, che alcuna volta udendo il detto maestro
parlare di Dio, il cuore suo si struggea siccome la cera presso al fuoco; e con così
grande suavità di grazia sì si riscaldava nello amore divino, ched egli, non potendo
istare fermo a sostenere tanta suavità, si levava e come ebbro di spirito si scorrea ora
per l'orto, or per la selva or per la chiesa secondo che la fiamma e l'empito dello
spirito il sospignea. Poi in processo di tempo la divina grazia continovamente fece questo
angelico uomo crescere di virtù in virtù e in doni celestiali e divine elevazioni e
ratti, in tanto che alcuna volta la mente era levata agli splendori de' Cherubini, alcuna
volta agli ardori de' Serafini, alcuna volta a' gaudii de' Beati, alcuna volta ad amorosi
ed eccessivi abbracciamenti di Cristo, non solamente per gusti ispirituali dentro ma
eziandio per espressi segni di fuori e gusti corporali. E singularmente per eccessivo modo
una volta accese il suo cuore la fiamma del divino amore, e durò in lui cotesta fiamma
ben tre anni; nel quale tempo egli ricevea maravigliose consolazioni e visitazioni divine
e ispesse volte era ratto in Dio, e brievemente nel detto tempo egli parea tutto affocato
e acceso dello amore di Cristo. E questo fu in sul monte santo della Vernia.
Ma imperò che Iddio ha singolare cura de' suoi figliuoli, dando loro, secondo i diversi
tempi, ora consolazione, ora tribolazione ora prosperità, ora avversità, siccome e' vede
ch'abbisogna loro a mantenersi in umiltà, ovvero per accendere più il loro desiderio
alle cose celestiali; piacque alla divina bontà, dopo li tre anni, sottrarre dello detto
frate Giovanni questo raggio e questa fiamma del divino amore, e privollo d'ogni
consolazione spirituale: di che frate Giovanni rimase sanza lume e sanza amore di Dio e
tutto sconsolato e afflitto e addolorato. Per la qual cosa egli così angoscioso se ne
andava per la selva discorrendo in qua e in là, chiamando con voce e con pianti e con
sospiri il diletto isposo dell'anima sua, il quale s'era nascosto e partito da lui, e
sanza la cui presenza l'anima sua non trovava requie né riposo; ma in nessun luogo né in
nessun modo egli potea ritrovare il dolce Gesù, né rabbattersi a quelli soavissimi gusti
ispirituali dello amore di Cristo, come gli era usato. E durogli questa cotale
tribulazione per molti dì, nelli quali egli perseverò in continovo piagnere e in
sospirare e in pregare Iddio che gli rendesse per la sua pietà il diletto isposo
dell'anima sua.
Alla perfine, quando piacque a Dio d'avere provato assai la sua pazienza e acceso il suo
desiderio, un dì che frate Giovanni, s'andava per la detta selva così afflitto e
tribolato, per lassezza si puose a sedere accostandosi ad uno faggio, e stava colla faccia
tutta bagnata di lagrime guatando inverso il cielo, ecco subitamente apparve Gesù Cristo
presso a lui nel viottolo onde esso frate Giovanni era venuto ma non dicea nulla.
Veggendolo frate Giovanni e riconoscendolo bene che egli era Cristo, subitamente se gli
gittò a' piedi e con ismisurato pianto il pregava umilissimamente e dicea: «Soccorrimi,
Signore mio, ché sanza te, salvatore mio dolcissimo, io sto in tenebre e in pianto; e
sanza te, Agnello mansuetissimo, io sto in angoscie e in pene e in paura; sanza te,
Figliuolo di Dio altissimo, io sto in confusione e in vergogna; sanza te io sono
ispogliato d'ogni bene ed accecato, imperò che tu se' Gesù Cristo, vera luce delle
anime; sanza te io sono perduto e dannato, imperò che tu se' vita delle anime e vita
delle vite, sanza te io sono sterile e arido, però che tu se' fontana d'ogni dono e
d'ogni grazia; e sanza te io sono al tutto isconsolato; però che tu se' Gesù nostra
redenzione, amore e disiderio, pane confortativo e vino che rallegri i cuori degli Agnoli
e i cuori di tutti i Santi. Allumina me, maestro graziosissimo e pastore piatosissimo
imperò ch'io sono tua pecorella, benché indegna sia».
Ma perché il desiderio dei santi uomini, il quale Iddio indugia ad esaudire, sì li
accende a maggiore amore e merito, Cristo benedetto si parte sanza esaudirlo e sanza
parlargli niente, e vassene per lo detto viottolo. Allora frate Giovanni si leva suso e
corregli dietro e da capo gli si gitta a' piedi, e con una santa importunità sì lo
ritiene e con divotissime lagrime il priega e dice: «O Gesù Cristo dolcissimo, abbi
misericordia di me tribolato. Esaudiscimi per la moltitudine della tua misericordia e per
la verità della tua salute, e rendimi la letizia della faccia tua e del tuo piatoso
sguardo, imperò che della tua misericordia è piena tutta la terra». E Cristo ancora si
parte e non gli parla niente, nè gli dà veruna consolazione; e fa a modo che la madre al
fanciullo quando lo fa bramare la poppa, e fasselo venire dietro piangendo, acciò ch'egli
la prenda poi più volentieri.
Di che frate Giovanni ancora con maggiore fervore e disiderio seguita Cristo; e giunto che
egli fu a lui, Cristo benedetto si rivolge a lui e riguardollo col viso allegro e
grazioso, e aprendo le sue santissime e misericordiosissime braccia sì lo abbracciò
dolcissimamente: e in quello aprire delle braccia vide frate Giovanni uscire dal
sacratissimo petto del Salvatore raggi di luce isplendenti, i quali alluminavano tutta la
selva ed eziandio lui nell'anima e nel corpo.
Allora frate Giovanni s'inginocchiò a' piedi di Cristo; e Gesù benedetto a modo che alla
Maddalena, gli porse il piede benignamente a baciare, e frate Giovanni, prendendolo con
somma riverenza, il bagnò di tante lagrime che veramente egli parea un'altra Maddalena, e
sì dicea divotamente: «Io ti priego, Signore mio, che tu non ragguardi alli miei
peccati, ma per la tua santissima passione e per la isparsione del tuo santissimo sangue
prezioso, resuscita l'anima mia nella grazia del tuo amore, con ciò sia cosa che questo
sia il tuo comandamento, che noi ti amiamo con tutto il cuore e con tutto l'affetto; il
quale comandamento nessuno può adempiere sanza il tuo aiuto. Aiutami dunque, amantissimo
Figliuolo di Dio, sì ch'io ami te con tutto il mio cuore e con tutte le mie forze».
E stando così frate Giovanni in questo parlare ai pie' di Cristo, fu da lui esaudito e
riebbe da lui la prima grazia, cioè della fiamma del divino amore, e tutto si sentì
rinnovato e consolato; e conoscendo il dono della divina grazia essere ritornato in lui,
Sì cominciò a ringraziare Cristo benedetto e a baciare divotamente li suoi piedi. E poi
rizzandosi per riguardare Cristo in faccia, Gesù gli stese e porse le sue mani santissime
a baciare, e baciate che frate Giovanni l'ebbe, sì si appressò e accostò al petto di
Gesù e abbracciollo e baciollo, e Cristo similemente abbracciò e baciò lui. E in questo
abbracciare e baciare, frate Giovanni sentì tanto odore divino, che se tutte le spezie
odorifere e tutte le cose odorose del mondo fossono istate raunate insieme, sarebbono
parute uno puzzo a comparazione di quello odore; e in esso frate Giovanni fu ratto e
consolato e illuminato, e durogli quell'odore nell'anima sua molti mesi.
E d'allora innanzi della sua bocca, abbeverata alla fonte della divina sapienza nel
sacrato petto del Salvatore, uscivano parole maravigliose e celestiali, le quali mutavano
li cuori, che 'n chi l'udiva facevano grande frutto all'anima. E nel viottolo della selva,
nel quale stettono i benedetti piedi di Cristo, e per buono spazio d'intorno, sentia frate
Giovanni quello odore e vedea quello isplendore sempre, quando v'andava ivi a grande tempo
poi.
Ritornando in sé poi frate Giovanni dopo quel ratto
e disparendo la presenza corporale di Cristo, egli rimase così illuminato nell'anima,
nello abisso della sua divinità, che bene che non fosse uomo litterato per umano studio,
nientedimeno egli maravigliosamente solvea e dichiarava le sottilissime quistioni ed alte
della Trinità divina e li profondi misteri della santa Iscrittura. E molte volte poi
parlando dinanzi al Papa e i cardinali e re e baroni e a' maestri e dottori, tutti li
mettea in grande stupore per le alte parole e profondissime sentenze che dicea.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO CINQUANTESIMO
Come dicendo messa il dì de' morti, frate Giovanni della Vernia vide molte anime liberate
del purgatorio.
Dicendo una volta il detto frate Giovanni la messa il dì dopo Ognissanti per tutte
l'anime de' morti, secondo che la Chiesa ha ordinato, offerse con tanto affetto di carità
e con tanta piatà di compassione quello altissimo Sacramento (che per la sua efficacia
l'anime de' morti desiderano sopra tutti gli altri beni che sopra tutto a loro si possono
fare) ch'egli parea tutto che si struggesse per dolcezza di pietà e carità fraterna. Per
la qual cosa in quella messa levando divotamente il corpo di Cristo e offerendolo a Dio
Padre e pregandolo che per amore del suo benedetto figliuolo Gesù Cristo, il quale per
ricomperare le anime era penduto in croce, gli piacesse liberare delle pene del purgatorio
l'anime de' morti da lui create e ricomperate; immantanente egli vide quasi infinite anime
uscire di purgatorio, a modo che faville di fuoco innumerabili ch'uscissono d'una fornace
accesa, e videle salire in cielo per li meriti della passione di Cristo,
il quale ognindì è offerto per li vivi e per li morti in quella sacratissima ostia,
degna d'essere adorata in secula seculorum.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO CINQUANTUNESIMO
Del santo frate Iacopo da Fallerone; e come, poi che morì apparve a frate Giovanni della
Vernia.
Al tempo che frate Iacopo da Fallerone, uomo di grande santità, era gravemente infermo
nel luogo di Molliano nella custodia di Fermo; frate Giovanni della Vernia, il quale
dimorava allora al luogo della Massa, udendo della sua infermità, imperò che lo amava
come suo caro padre, si puose in orazione per lui pregando Iddio divotamente con orazione
mentale ch'al detto frate Iacopo rendesse sanità del corpo, se fusse il meglio
dell'anima. E istando in questa divota orazione, fu ratto in estasi e vide in aria un
grande esercito d'Agnoli e Santi sopra la cella sua, ch'era nella selva, con tanto
splendore, che tutta la contrada dintorno n'era illuminata. E fra questi Agnoli vide
questo frate Iacopo infermo, per cui egli pregava, istare in vestimenti candidi tutto
risplendiente. Vide ancora tra loro il padre beato santo Francesco adornato delle sacre
Istimate di Cristo e di molta gloria. Videvi ancora e riconobbevi frate Lucido santo, e
frate Matteo antico dal monte Rubbiano e più altri frati, li quali non avea mai veduti
né conosciuti in questa vita. E ragguardando così frate Giovanni con grande diletto
quella beata schiera di Santi, sì gli fu rivelata di certo la salvazione dell'anima del
detto frate infermo, e che di quella infermità dovea morire, ma non così di subito, e
dopo la morte dovea andare a paradiso, però che convenia un poco purgarsi in purgatorio.
Della quale rivelazione il detto frate Giovanni aveva tanta allegrezza per la salute della
anima, che della morte del corpo non si sentia niente, ma con grande dolcezza di spirito
il chiamava tra se medesimo dicendo: «Frate Iacopo, dolce padre mio; frate Iacopo, dolce
mio fratello; frate Iacopo, fedelissimo servo e amico di Dio; frate Iacopo, compagno degli
Agnoli e consorto de' Beati». E così in questa certezza e gaudio ritornò in sé, e
incontanente si partì dal luogo e andò a visitare il detto frate Iacopo a Molliano.
E trovandolo sì gravato che appena potea parlare, sì gli annunziò la morte del corpo e
la salute e gloria dell'anima, secondo la certezza che ne aveva per la divina rivelazione,
di che frate Iacopo tutto rallegrato nello animo e nella faccia, lo ricevette con grande
letizia e con giocondo riso, ringraziandolo delle buone novelle che gli apportava e
raccomandandosi a lui divotamente. Allora frate Giovanni il pregò caramente che dopo la
morte sua dovesse tornare a lui a parlargli del suo stato; e frate Iacopo glielo promise,
se piacesse a Dio. E dette queste parole, appressandosi l'ora del suo passamento, frate
Iacopo cominciò a dire divotamente quello verso del salmo: In pace in idipsum dormiam et
requiescam, cioè a dire: «In pace in vita eterna m'addormenterò e riposerò»; e detto
questo verso, con gioconda e lieta faccia passò di questa vita.
E poi che fu soppellito, frate Giovanni si tornò al luogo della Massa e aspettava la
promessa di frate Iacopo, che tornasse a lui il di ch'avea detto. Ma il detto dì orando
egli, gli apparve Cristo con grande compagnia d'Agnoli e Santi, tra li quali non era frate
Iacopo; onde frate Giovanni, maravigliandosi molto, raccomandollo a Cristo divotamente.
Poi il dì seguente, orando frate Giovanni nella selva, gli apparve frate Iacopo
accompagnato dagli Agnoli, tutto glorioso e tutto lieto, e dissegli frate Giovanni: «O
padre carissimo, perché non se' tu tornato a me il dì che tu mi promettesti?». Rispuose
frate Iacopo: «Però ch'io avevo bisogno d'alcuna purgazione; ma in quella medesima ora
che Cristo t'apparve e tu me gli raccomandasti, Cristo te esaudì e me liberò d'ogni
pena. E allora io apparii a frate Iacopo della Massa, laico santo, il quale serviva messa
e vide l'ostia consecrata, quando il prete la levò, convertita e mutata in forma d'uno
fanciullo vivo bellissimo, e dissigli: «Oggi con quello fanciullo me ne vo al reame di
vita eterna, al quale nessuno puote andare sanza lui». E dette queste parole, frate
Iacopo sparì e andossene in cielo con tutta quella beata compagnia degli Agnoli; e frate
Giovanni rimase molto consolato.
Morì il detto frate Iacopo da Fallerone la vigilia di santo Iacopo apostolo nel mese di
luglio, nel sopradetto luogo di Molliano, nel quale per li suoi meriti la divina bontà
adoperò dopo la sua morte molti miracoli.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO CINQUANTADUESIMO
Della visione di frate Giovanni della Vernia, dove egli conobbe tutto l'ordine della santa
Trinità.
Il sopraddetto frate Giovanni della Vernia, imperò che perfettamente aveva annegato ogni
diletto e consolazione mondana e temporale, e in Dio aveva posto tutto il suo diletto e
tutta la sua speranza, la divina bontà gli donava maravigliose consolazioni e
revelazioni, e spezialmente nelle solennità di Cristo, onde appressandosi una volta la
solennità della Natività di Cristo, nella quale di certo egli aspettava consolazione da
Dio della dolce umanità di Gesù, lo Spirito santo gli mise nell'animo suo così grande
ed eccessivo amore e fervore della carità di Cristo, per la quale egli s'era aumiliato a
prendere la nostra umanità, che veramente gli parea che l'anima gli fusse tratta del
corpo e ch'ella ardesse come una fornace. Lo quale ardore non potendo sofferire,
s'angosciava e struggevasi tutto quanto e gridava ad alta voce, imperò che per lo impeto
dello Spirito santo e per lo troppo fervore dello amore non si potea contenere del
gridare. E in quell'ora che quello smisurato fervore, gli venia con esso sì forte e certa
la speranza della sua salute, che punto del mondo non credea che, se allora fusse morto
dovesse passare per lo purgatorio. E questo amore gli durò bene da sei mesi, benché
quello eccessivo fervore non avesse così di continovo, ma gli venia a certe ore del dì.
E in questo tempo poi ricevette maravigliose visitazioni e consolazioni da Dio; e più
volte fu ratto, siccome vide quel frate il quale da prima iscrisse queste cose. Tra le
quali, una notte fu sì elevato e ratto in Dio, che vide in lui creatore tutte le cose
create e celestiali e terrene e tutte le loro perfezioni e gradi e ordini distinti. E
allora conobbe chiaramente come ogni cosa creata si presentava al suo Creatore, e come
Iddio è sopra e dentro e di fuori e dallato a tutte le cose create. Appresso conobbe uno
Iddio in tre persone e tre persone in un Iddio, e la infinita carità la quale fece il
Figliuolo di Dio incarnare per obbidienza del Padre. E finalmente conobbe in quella
visione siccome nessuna altra via era, per la quale l'anima possa andare a Dio e avere
vita eterna, se non per Cristo benedetto, il quale è via e verità e vita dell'anima.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO CINQUANTATREESIMO
Come, dicendo messa, frate Giovanni della Vernia cadde come fosse morto.
Al detto frate Giovanni in nel sopraddetto luogo di Molliano, secondo che recitarono li
frati che vi erano presenti, addivenne una volta questo mirabile caso, che la prima notte
dopo l'ottava di santo Lorenzo e infra l'ottava dell'Assunzione della Donna, avendo detto
mattutino in chiesa con gli altri frati, e sopravvenendo in lui l'unzione della divina
grazia, e' se ne andò nell'orto a contemplare la passione di Cristo e a disporsi con
tutta la sua devozione a celebrare la messa, la quale gli toccava la mattina a cantare. Ed
essendo in contemplazione della parola della consacrazione del corpo di Cristo, cioè: Hoc
est corpus meum e considerando la infinita carità di Cristo, per la quale egli ci volle
non solamente comperare col suo sangue prezioso, ma eziandio lasciarci per cibo delle
anime il suo corpo e sangue degnissimo; gli cominciò a crescere in tanto fervore e in
tanta soavità l'amore del dolce Gesù, che già non potea più sostenere l'anima sua
tanta dolcezza, ma gridava forte e come ebbro di spirito tra se medesimo non ristava di
dire: Hoc est corpas meum: però che dicendo queste parole, gli parea vedere Cristo
benedetto con la vergine Maria e con moltitudine d'Agnoli. E in questo dire era alluminato
dallo Spirito santo di tutti i profondi e alti misteri di quello altissimo Sacramento.
E fatta che fu l'aurora egli entrò in chiesa con quel fervore di spirito e con quella
ansietà e con quello dire, non credendo essere udito né veduto da persona, ma in coro
era alcuno frate in orazione il quale udiva e vedeva tutto. E non potendo in quello
fervore contenersi per l'abbondanza della divina grazia, gridava ad alta voce; e tanto
stette in questo modo, che fu ora di dire messa; onde egli s'andò a parare allo altare e
cominciò la messa. E quanto più procedeva oltre, tanto più gli cresceva l'amore di
Cristo e quello fervore della divozione, col quale e' gli era dato un sentimento di Dio
ineffabile, il quale egli medesimo non sapea né potea poi esprimere con la lingua. Di che
temendo egli che quello fervore e sentimento di Dio crescesse tanto che gli convenisse
lasciare la messa, fu in grande perplessità e non sapea che parte si prendere, o di
procedere oltre nella messa o di stare a aspettare. Ma imperò che altra volta gli era
addivenuto simile caso, e 'l Signore avea sì temperato quello fervore che non gli era
convenuto lasciare la messa; confidandosi di potere così fare questa volta, con grande
timore si mise a procedere oltre nella messa; e pervenendo insino al Prefazio della Donna,
gli cominciò tanto a crescere la divina illuminazione e la graziosa soavità dello amore
di Dio, che vegnendo a Qui pridie quam, appena potea sostenere tanta soavità e dolcezza.
Finalmente giugnendo all'atto della consecrazione, e detto la metà delle parole sopra
l'ostia, cioè Hoc est enim, per nessuno modo potea procedere più oltre, ma pure repetia
queste medesime parole, cioè Hoc est enim; e la cagione perché non potea procedere più
oltre, si era che e' sentia e vedea la presenza di Cristo con moltitudine di Agnoli, la
cui maestà non potea sofferire; e vedea che Cristo non entrava nella ostia, né ovvero
che l'ostia non si transustanziava nel corpo di Cristo se egli non proferia l'altra metà
delle parole, cioè corpus meum. Di che stando egli in questa ansietà e non procedendo
più oltre, il guardiano e gli altri frati ed eziandio molti secolari ch'erano in chiesa
ad udire la messa, s'appressarono allo altare e stavano ispaventati a vedere e a
considerare gli atti di frate Giovanni; e molti di loro piagnevano per divozione. Alla
perfine, dopo grande spazio, cioè quando piacque a Dio, frate Giovanni proferì Corpus
meam ad alta voce; e di subito la forma del pane isvanì, e nell'ostia apparì Gesù
Cristo benedetto incarnato e glorificato, e dimostrogli la umiltà e carità la quale il
fece incarnare della vergine Maria e la quale il fa venire ognindì nelle mani del
sacerdote quando consacra l'ostia. Per la qual cosa egli fu più elevato in dolcezza di
contemplazione. Onde levato ch'egli ebbe l'ostia e il calice consacrato, egli fu ratto
fuori di se medesimo; ed essendo l'anima sospesa dalli sentimenti corporali, il corpo suo
cadde indietro, e se non che fu sostenuto dal guardiano, il quale gli stava dietro, cadea
supino in terra. Di che, accorrendovi li frati e li secolari ch'erano in chiesa, uomini e
donne, ne fu portato in sagrestia come morto, imperò che il corpo suo era raffreddato
come corpo morto, e le dita delle mani si erano rattrappate sì forte che non si poteano
appena distendere punto o muovere. In questo modo giacque così tramortito ovvero ratto
insino a terza; ed era di state.
E però ch'io, il quale fui a questo presente, disiderava molto di sapere quello che Iddio
avea adoperato inverso lui, immantanente che egli fu ritornato in sé, andai a lui e
priega 'lo per la carità di Dio ch'egli mi dovesse dire ogni cosa. Onde egli, perché si
fidava molto di me, mi innarrò ogni cosa molto per ordine; e tra l'altre cose egli mi
disse che, considerando egli il corpo e 'l sangue di Gesù Cristo anche innanzi, il suo
cuore era liquido come una cera molto istemperata, e la carne sua gli parea che fosse
sanza ossa per tale modo, che questi non potea levare le braccia né le mani a fare il
segno della croce sopra l'ostia né sopra il calice. Anche sì mi disse che, innanzi che
si facesse prete, gli era stato rivelato da Dio ch'egli dovea venire meno nella messa; ma,
però che già avea detto molte messe e non gli era quello addivenuto, pensava che la
rivelazione non fosse stata da Dio. E nientedimeno cinque anni innanzi all'Assunzione
della Donna, nella quale il sopraddetto caso gli addivenne, anco gli era da Dio istato
rivelato che in quel caso gli avea a divenire intorno alla detta festa dell'Assunzione, ma
poi non se ne ricordava della detta rivelazione.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Ultimato.